Il Ragnarok è la fine di tutte le cose, la lotta definitiva tra il bene e il male, la luce e l’ombra. Ma, al tempo stesso, ogni conclusione segna sempre l’inizio di qualcos’altro, ed è comunque difficile attribuire solo la luce o solo l’oscurità ad una delle due parti in causa. Certamente Ivar ha rappresentato nella quarta e quinta stagione il nemico da abbattere, la minaccia subdola, solo apparentemente debole, ma pericolosissima. In questo senso non potremo che stare dalla parte di Bjorn e dei suoi alleati nel momento in cui si scagliano con forza e rabbia contro il loro nemico. Arriva infine la conclusione di un lunghissimo capitolo, come qualcuno dirà, ma al tempo stesso dalle ceneri della vittoria sembrano scaturire nuove possibilità per versare altro sangue, come ci mostra una premonizione.

Non abbiamo seguito settimana dopo settimana l’avanzare della quinta stagione di Vikings, o meglio della seconda parte di questa, ma c’è senza dubbio un sottile piacere nel vedere un finale così cercato e atteso. Non sarà la conclusione della storia, che continuerà in una sesta e ultima stagione, ma qui negli ultimi tre episodi la serie di History ha ritrovato un equilibrio e una forza che le era mancata in molti momenti della stagione. Forse perché più netto e palese è lo scontro tra le due forze, forse perché Ragnarok, come le puntate immediatamente precedenti, raccoglie il frutto dei semi dell’odio seminati nell’arco di più stagioni. Ivar deve essere fermato. Bjor, Hvitserk, Ubbe, Lagertha, Harald hanno percorso strade diverse, affrontato i loro demoni, e meritano questa nuova occasione.

La puntata in sé è tra le migliori della stagione. Difficilmente poteva essere altrimenti. È tesa, carica d’azione, risolutiva, una lunga parentesi action. Qualche personaggio, come Ubbe o Lagertha, ne esce sacrificato nella scrittura, ma considerate le premesse era difficile fare altrimenti. Qui l’attenzione era posta tutta su Bjorn e Ivar. Entrambi vengono da una stagione che li ha visti incontrare delle donne vicine a loro, entrambi hanno dovuto riconsiderare come porsi rispetto a chi si attendeva qualcosa da loro. Bjorn, forte, orgoglioso, ma restio ad accettare la grave eredità del nome di Ragnar e della responsabilità che questo comporta. Ivar, traviato da Freydis, completamente impazzito nell’inseguire una divinità che non gli appartiene, non si risveglierà mai del tutto dalla sua illusione.

A risvegliarsi saranno invece, un po’ tardivamente, gli altri vichinghi, che però in queste occasioni emergono sempre come una massa indistinta ora di guerrieri orgogliosi ora di fanatici senza ragione. Soffriranno anche loro, come una serie di personaggi secondari sacrificati da un intreccio che spesso si perde in deviazioni superflue. Questa seconda parte di stagione è stata segnata dalla morte di Heahmund, dalla rapida introduzione e altrettanto rapida dipartita di Magnus, dagli ultimi – per fortuna – deliri di Judith, dallo strano cammino d’illuminazione di Hvitserk. Ognuna di queste vicende è stata capace in alcuni momenti di offrire dei momenti sinceramente interessanti, ma nel momento in cui tutto è compiuto e possiamo guardarci alle spalle sembra che alla serie di Michael Hirst manchi sempre una visione d’insieme.

Ne ha fatto le spese soprattutto Floki, la cui storyline alla ricerca di un paradiso utopico è stata una zavorra indecifrabile nelle intenzioni. Ma sono molti gli spunti drammaturgici che cadono nel vuoto, in una serie che deve sempre conciliare la rudezza dei suoi personaggi con il tentativo, talvolta maldestro, di costruire delle psicologie interessanti. Vikings trionfa quando è fisico, brutale, quando incarna la futilità dello scontro fisico e delle passioni umane sotto lo sguardo silenzioso di dei che vengono sempre nominati, ma che non intervengono mai. In questi momenti, e quest’ultimo episodio ne è un buon esempio, la serie ritrova quella ragion d’essere che spesso smarrisce lungo la strada.

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