La premiere di stagione di American Gods porta con sé una fondamentale domanda: che ne è della serie tratta dal romanzo di Neil Gaiman ora che i due originali showrunner Bryan Fuller e Michael Green hanno passato il testimone a Jesse Alexander? Il periodo di preparazione di questo nuovo arco di episodi non è stato certo avaro di turbolenze, e nell’osservare House on the Rock è difficile non ragionare sui molti problemi produttivi che hanno costellato la realizzazione di questa seconda stagione.

Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che la puntata in questione è più che soddisfacente: manca forse della barocca poesia che aveva caratterizzato la prima stagione, e paga il prezzo di dover rimettere sul palco tutti i protagonisti per rinfrescare la memoria dello spettatore, ricordando inoltre a quale dei due principali schieramenti essi appartengano. Tuttavia, lo stile visivo mantiene un’assoluta coerenza con quanto apprezzato finora, seppur sostituendosi a tratti alla sostanza e diluendo le sequenze oltre il necessario.

In un tripudio di scene incentrate incentrate sullo scontro tra vecchi e nuovi dei, lo sguardo più esterno – e quindi veicolo del punto di vista dello spettatore – non è più tanto lo Shadow Moon di Ricky Whittle quanto la Laura di Emily Browning o il Mad Sweeney di Pablo Schreiber, col loro generale disprezzo per lo sfarzo e le circostanze in cui Mr. Wednesday (Ian McShane) li ha catapultati. Esclusi dal raduno nella mente di Odino, si distaccano dal corpus primario dei protagonisti con compassata perplessità nel caso di Laura e noncurante sarcasmo nel caso di Mad Sweeney. Negli occhi della donna scorgiamo la consapevolezza che Shadow si stia sempre più allontanando dall’uomo sposato anni prima, proiettato verso un futuro epico di cui Laura – a dispetto di ciò che dichiara – non è poi tanto certa di poter far parte.

Anche quando il ritmo rallenta sotto il peso dell’estetismo, il cast di American Gods rimane magnetico: il signor Nancy di Orlando Jones illumina la scena istantaneamente ogniqualvolta appare sullo schermo. Lo stesso vale per la conturbante Bilquis di Yetide Badaki, foriera di una gravitas regale nelle sue scene anche quando intenta al doppio gioco per Mr. World. Ricky Whittle continua ad impregnare Shadow con un avvincente senso di meraviglia e una crescente fede ora che è in grado di comprendere almeno in parte il piano di Wednesday; resta però una mera pedina in una scacchiera gigantesca, popolata di statue colossali e minacciose.

I fan del romanzo di Gaiman potrebbero essere contenti di scoprire che House on the Rock sembra essere molto più vicino alla versione dell’autore, piuttosto che seguire le deviazioni che Fuller e Green avevano concesso alla serie durante la prima stagione: le caleidoscopiche esplorazioni di Shadow e Wednesday della suggestiva Casa sulla Roccia del titolo attingono infatti a piene mani dal libro. Similmente a quanto visto nel primo arco di episodi, purtroppo, quando l’azione si sposta sulle macabre macchinazioni di Mr. World e dei suoi accoliti, la narrazione si ferma. Orfan di Gillian Anderson, i nuovi dei sono privi di un vero appeal, e la puntata risente di un calo d’attenzione ogni volta che si focalizza su Mr. World o su Technical Boy (Bruce Langley), qui relegato al ruolo di autista petulante.

House on the Rock trae enorme beneficio dalla visita nella casa che dà il titolo all’episodio, location reale sita in Wisconsin, più bizzarra e affascinante di quasi qualsiasi set meticolosamente progettato. Sfortunatamente, dopo il tanto atteso giro sulla giostra, il “dietro le quinte” dei vecchi dei non è esteticamente sempre all’altezza delle aspettative, con una computer grafica dalla riuscita altalenante, specialmente in considerazione dell’importanza della sequenza in questione. Nulla, tuttavia, che la solida presenza delle divinità chiamate a raduno non possa correggere, conferendo al segmento narrativo una sua indiscutibile pregnanza poetica e drammatica.

L’impressione che si ha osservando questa premiere di stagione di American Gods è assimilabile a quella di un non del tutto riuscito prodotto del franchise Marvel o DC con delle più alte pretese teologiche. Seppur ancora visivamente interessante, non colma del tutto il vuoto che gli originali showrunner Fuller e Green hanno lasciato in termini di ambizione e volontà di correre rischi creativi. House on the Rock funge principalmente da reminder per ricordare al pubblico chi siano i protagonisti della serie e quali siano le loro alleanze nella guerra che verrà. Preghiamo che i futuri episodi riescano a riacquisire la magia primordiale che ha reso così attuale e magnetica la prima stagione.

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