Media è morta, lunga vita a Media. Dopo il traumatico abbandono di Gillian Anderson al termine della prima stagione, American Gods ha trovato una sostituta per la multiforme incarnazione dei mezzi di comunicazione: trattasi di Kahyun Kim, “aggiornamento” – come viene definita da un perplesso, infastidito Technical Boy (Bruce Langley) – perfettamente al passo coi nostri serrati, frenetici ritmi social, che punta il proprio potere trasformista sulle emoticon piuttosto che sugli strabilianti cambi di make-up e vestiario che l’attrice anglo-americana ci aveva mostrato nella prima tranche di episodi.

Sarebbe insincero asserire che il passaggio di testimone sia del tutto indolore: non basta un amplesso in stile hentai con Argo dai cento occhi per conferire alla nuova arrivata un carisma narrativo di cui lo spettatore si sente irrimediabilmente orfano dopo l’addio di Anderson. Tuttavia, vale la pena osservare come questa versione 2.0 di Media rappresenti, nella sua frivola superficialità, il divario tra il vecchio mondo della comunicazione, descritto da Gaiman nel romanzo pubblicato nel 2001, e il contemporaneo universo social in continua mutazione, costruito su hashtag la cui longevità appassisce nell’arco di pochi giorni e destinato, per questo, a innamorare al primo sguardo e farsi dimenticare dopo un’occhiata appena più approfondita (divario ribadito anche nella sequenza della Biblioteca d’Alessandria).

Ora come ora, sussiste il dubbio – enunciato proprio da Technical Boy dopo essere stato mandato in missione dal sempre più scialbo Mr. World (Crispin Glover) con la sua collega rinnovata da capo a piedi – che i due personaggi, a seguito di questo aggiornamento in chiave digitale di Media, non siano poi tanto diversi l’uno dall’altro: entrambi sfruttano la tecnologia per sopravvivere, entrambi necessitano di Argo per potenziare il loro raggio d’azione. Staremo a vedere se e come American Gods fugherà questo dubbio, elefante nella stanza che la sceneggiatura ha preferito palesare piuttosto che nascondere come polvere sotto un tappeto troppo corto.

Per il resto, Muninn si presenta come un episodio di passaggio, atto a dividere i protagonisti attraverso una serie di strade che ne fanno divergere momentaneamente i destini. Se American Gods ci è apparsa sin da subito più focalizzata sul racconto del viaggio piuttosto che sul raggiungimento di una data destinazione narrativa, per mantenere alta l’attenzione di questa eclettica odissea occorre permearla di una solida e avvincente suggestione poetica. Purtroppo, laddove la prima stagione riusciva a riempire d’oro le proprie crepe come si usava fare con le ceramiche cinesi, il nuovo arco di puntate non sembra preoccuparsi più di tanto di raddrizzare le proprie parti più traballanti.

Epurando il giudizio da ogni ombra d’affettuosa nostalgia per gli antichi fasti di American Gods, è impossibile non notare una progressiva usura nelle dinamiche tra i protagonisti: Laura Moon (Emily Browning) riguadagna qualche punto in termini di marcescenza fisica, ma le sue interazioni con Wednesday (Ian McShane) nulla aggiungono a quanto visto finora; la speranza è che la nuova direzione indicata da Odino in persona, che la vorrebbe affrancata definitivamente dalla love story con Shadow (Ricky Whittle), contribuisca a liberarla dall’opacità che ne ha appannato la figura in questa puntata. Duole inoltre constatare come la storyline del Jinn (Mousa Kraish) e di Salim (Omid Abtahi) si sia per ora ridotta a un mero ingranaggio privo della carica – dapprima erotica, in seguito emozionale e mistica – che aveva infiammato la prima stagione.

Autentica boccata d’ossigeno in un episodio di per sé non eccelso è l’arrivo di Sam Black Crow (Kawennáhere Devery Jacobs), insperata alleata di un malconcio Shadow appena sopravvissuto a un disastro ferroviario. Sebbene sia confinata nell’ennesimo segmento narrativo scalpellato sul trito modello del road movie, questa new entry illumina lo schermo con la propria schietta e fresca presenza, offrendo al protagonista la possibilità di un dialogo a cuore aperto e di una comprensione apparentemente da pari a pari; che sia umana o divina, è una figura che non porta in salvo solo Shadow Moon, ma l’intera terza puntata di questa imperfetta ma pur sempre affascinante stagione di American Gods.

A tal proposito, val la pena ricordare che Muninn è il nome di uno dei due corvi messaggeri di Odino nella mitologia norrena. È, di fatto, uno degli occhi di Odino, e l’incontro di Shadow con Black Crow è un ammiccamento che non resterà certo senza seguito; consci del ruolo limitato ricoperto dal personaggio nel libro di Gaiman, siamo ragionevolmente sicuri che American Gods assicurerà a Sam una fioritura narrativa più ampia e dettagliata di quanto le pagine del romanzo originario non prevedessero. Per ora, non possiamo far altro che appurare come questo conturbante corvo nero abbia totalmente rubato la scena alla debuttante Nuova Media, con l’energica irruenza di un urlo di guerra mohawk.

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