Per Hanna, la nuova serie di Amazon in arrivo sulla piattaforma il prossimo 29 marzo, la sfida maggiore consiste nel riadattare il soggetto del film del 2011 in una forma serializzata. Non sarebbe così difficile. In fondo si parla di organizzazioni segrete, esperimenti su ragazzini, fazioni contrapposte, inseguimenti in giro per l’Europa. Allora il limite maggiore della scrittura di David Farr, che aveva già firmato il film di Joe Wright, consiste nel non riuscire a dare spessore all’intreccio, a valorizzare le asperità delle caratterizzazioni, a giocare sui momenti leggeri della trama. La storia è qui, c’è violenza, freddezza, dolore e dei conflitti evidenti vissuti dai personaggi, ma nulla è mai così forte o coinvolgente come dovrebbe.

Si tratta di un adattamento che gioca al ribasso dal punto di vista dello stile – o semplicemente guarda ad un approccio totalmente diverso – rispetto al film. La storia rimane la stessa. Si inizia con un padre e una figlia che vivono nella foresta, isolati dal mondo. Capiamo subito che lo fanno per protezione contro qualcuno che vorrebbe catturarli, e che lui ha addestrato lei tanto nel combattimento quanto nella semplice conversazione. Tutto questo si traduce poi in una fuga, una separazione e un lungo viaggio intervallato da scontri con chi li vorrebbe catturare.

Nel film c’era una leggerezza di fondo, una regia molto presente e personale che lavorava sull’euforia dell’azione e sull’assurdità visiva e narrativa di fondo. Per capire la differenza con la serie basterebbe mettere a confronto il trio di protagonisti del lungometraggio e il modo in cui erano impostati i loro personaggi con i loro corrispettivi seriali. Saoirse Ronan, volto fiabesco e una leggerezza palpabile nel fisico e negli sguardi, è completamente diversa da Esme Creed-Miles (figlia di Samantha Morton), fredda, distaccata, cupa, un blocco umano carico di disagio, pronto a esplodere.

Cate Blanchett si divertiva a interpretare una villain sopra le righe. Mireille Enos invece interpreta una Marissa Weigler anemica e distante. Più simile la scrittura del personaggio di Erik Heller, per quanto Joel Kinnaman offra un’interpretazione più sofferta rispetto a quella che fu di Eric Bana. Questo trio di personaggi, sui quali poggia il triangolo emozionale più forte, in realtà poi offre le interpretazioni più distaccate e fredde. Spetterebbe ai personaggi di contorno, su tutti Sophie (Rhianne Barreto), dare sostanza ai loro conflitti e voce al loro dolore, ma si tratta anche dei personaggi più impalpabili. Sceneggiatura, fotografia e regia seguono di pari passo.

In Hanna convivono due anime, o due modi di raccontare la stessa storia. Nel primo caso c’è la fuga precipitosa nell’Europa centrale, le scene d’azione, le rapide riconciliazioni seguite da altrettanto rapide rotture. Questa è la parte action-thriller, che però non è mai così approfondita – o anche solo profonda – come il maggior minutaggio potrebbe suggerire. Nel secondo caso c’è la storyline basata su Hanna e le sue esperienze da adolescente che non ha mai conosciuto altre persone oltre a suo padre.

Quindi ci sono momenti da pesce-fuor-d’acqua, e interi episodi dedicati alle sue esperienze con la nuova amica Sophie. Sono segmenti che, con la loro presunta leggerezza, dovrebbero far respirare la trama, e raccontare, a noi e ad Hanna, la semplicità di una vita comune. E invece anche questi sono narrati senza soluzione di continuità con la stessa gravità di fondo della trama action, una pesantezza nel ritmo, nei gesti, nelle parole che qui però appare inappropriata. L’intreccio intanto ci rimbalza da un luogo all’altro, e pregiudica la fluidità della storia rispetto all’esigenza di ritardare il momento del confronto finale. Che, quando arriverà, lo farà senza portarsi dietro quasi nulla di quel che abbiamo visto nelle puntate precedenti.

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