C’è Steve Buscemi che fa Dio, Daniel Radcliffe che fa un angelo, e tutto il resto viene da sé. Si tratta di Miracle Workers, miniserie in sette episodi andata in onda sulla TBS. La premessa è davvero tutto in questa comedy senza pretese, di certo non esplosiva, ma sufficientemente piacevole – e breve – da giustificarsi da sé. A curarla c’è Simon Rich, anche autore del libro da cui è tratta. Con un vago romanticismo di fondo, e alcune intuizioni abbastanza divertenti, si tratta di una piccola serie, di quelle che lasciano con un sorriso.

Il paradiso qui viene immaginato come un’azienda, la Heaven Inc., che deve far funzionare tutto sulla Terra. Come è facile immaginare guardandosi intorno, non sta facendo un gran lavoro. Tutto parte probabilmente dal vertice. Steve Buscemi interpreta una versione di Dio un po’ sfaccendata e non all’altezza del compito, che si circonda di aiutanti che lo aiutano anche nelle faccende più semplici. Allora tutto il lavoro ricade sulle spalle dei vari reparti. C’è quello dedicato al controllo degli insetti, quello che cura la forma delle nuvole, e poi c’è quello che ci interessa più da vicino, e che si occupa della realizzazione delle preghiere. È qui che lavora Craig, il pavido impiegato interpretato da Daniel Radcliffe, ed è qui che arriva Eliza (Geraldine Viswanathan).

Animata di buone intenzioni, ma troppo impulsiva, la new entry della squadra finisce per provocare una reazione a catena. Dio si convince che il progetto Terra non funziona – meglio tentare un nuovo business – e si decide per la distruzione del pianeta entro pochi giorni. Unica condizione per non procedere, riuscire ad esaudire una preghiera, che in particolare riguarda due persone che si piacciono, ma che faticano a dichiararsi. La squadra si mette quindi d’impegno per riuscire a realizzare questo “miracolo”, ma non sarà semplice.

Di per sé, Miracle Workers non sarebbe una comedy irresistibile. La versione aziendalista del paradiso funziona solo a tratti, la serie accumula moltissime idee, ma non tutte vanno a segno. C’è un’intuizione molto divertente che riguarda i finanziamenti che Dio deve ottenere per il suo progetto (e da chi deve andare per ottenerli), ma ci sono anche varie situazioni che cadono nel vuoto. Però è davvero piacevole nella sua semplicità questo piccolo progetto così contenuto. Il Dio di Steve Buscemi è inaffidabile, ma è quasi tenero nella sua semplicità (opposto al Dio edonista ed egoista di Preacher). E la chimica tra la cautela di Craig e l’irruenza di Eliza funziona così bene che ci sarebbe piaciuto vederli lavorare anche su altri casi.

Alla fine perfino la storia stessa, che inventa di volta in volta difficoltà sempre più insormontabili, riesce a conquistare, e la breve durata fa il resto.

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