Prodotti come Shrill rappresentano una felicissima nicchia nella tv contemporanea. Esistono come conseguenza del moltiplicarsi delle voci che trovano posto nella galassia delle proposte attuali su cable network e piattaforme streaming. Traggono forza da un senso di rappresentazione e diversificazione che non può e non vuole essere ignorato, e riescono a parlare un linguaggio fresco, anche sperimentale nel migliore dei casi (che, volendo insistere sull’esistenza di una simile categoria, potrebbe essere Atlanta). Shrill, nuova comedy di Hulu, è un prodotto leggero nella forma e nel linguaggio, ma stratificato nei contenuti, un’ottima conferma per la piattaforma che nel 2019 ha già distribuito Pen15.

La comedy, composta da sei episodi da venti minuti, è tratta dal memoir Shrill: Notes from a Loud Woman di Lindy West. Prodotta, tra gli altri, da Elizabeth Banks, la serie vede Aidy Brant (volto noto del SNL) nel ruolo della protagonista Annie, una donna in sovrappeso, di professione giornalista. La serie rigetta l’intreccio forte, e traccia soprattutto un bilancio generale della vita della donna, districandosi nei rapporti con i colleghi e con il capo Gabe (lo interpreta il regista John Cameron Mitchell), con i genitori un po’ apprensivi, con un fidanzato inaffidabile. Tutto ciò gravita intorno all’aspetto fisico di Annie, che ne influenza i rapporti con gli altri.

L’elemento che emerge di più è la sottigliezza nella scrittura della serie. Shrill è una serie che si appoggia sull’idea di rappresentazione, ma non cade mai nel tranello opposto, cioè quello di far coincidere interamente la propria protagonista con la caratteristica discriminatoria. Ciò vale per l’obesità quanto per qualunque altra specificità individuale. Nel momento in cui una caratteristica diventa predominante, finisce per schiacciare l’individuo che definisce. Annie è una persona grassa, lei stessa si definisce così, ma l’accettazione non porta mai ad un’adesione totale a quel modello, che altri le vorrebbero imporre.

Nessuno mette in primo piano il suo aspetto fisico nel porsi con lei, ma questo esiste come un filtro di parole dette in un certo modo e di comportamenti di un certo tipo. Si va dai conoscenti che dubitano dell’esistenza di un fidanzato, ai genitori che liquidano ogni smorfia di sofferenza con un sorriso o una bonaria presa in giro. Sarebbe facile, anche per la serie, ricondurre tutto ad un sistema di relazioni malate o a semplici individui in errore. E magari presentare un’intera vita ai margini, una solitudine che diventa l’unica soluzione contro un mondo popolato da persone cattive. Ma la vita di Annie è una vita comune. Ha contrasti con altre persone, come tutti, ma ha un lavoro che più o meno la soddisfa, è una persona solare, ha una relazione traballante.

Allora il momento della rivelazione arriva in un episodio, il quarto, con un momento in piscina che ricorda quello nella sauna visto nella seconda stagione di Big Mouth. Anche in questo caso si parla di accettazione, vergogna, lontananza dai modelli di normalità imposti in ogni ambito. Peggio ancora, il dolore peggiore forse è rappresentato dalla concessione paternalistica di chi crede di essere portavoce della normalità. Quel che Shrill vuole allora suggerire, e sarà più chiaro nel momento in cui arriverà la presa di coscienza di Annie, è l’idea di accettazione di sé più matura possibile, quella che non ha bisogno di rientrare in modelli estetici imposti da altri.

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