Turn Up Charlie sembra raccontare circa quattro storie diverse contemporaneamente. Tutte queste riguardano gli stessi personaggi, ma ogni soggetto sembra appartenere ad una serie diversa. Così come diversi sono i generi che la nuova serie di Netflix tocca senza entusiasmo. Ad esempio, c’è una comedy buffa che gioca sul fatto che Idris Elba deve accettare un lavoro come tata, c’è un dramma familiare in cui i genitori della sopracitata bambina sono persone orribili, c’è un racconto di caduta e rinascita sulla carriera come DJ del protagonista, ci sono componenti autobiografiche (Elba nella realtà è davvero anche un DJ) e altre ancora romantiche. Tutto questo esiste, senza convinzione, in una serie di otto episodi da venticinque minuti circa.

Facendo ordine, il Charlie del titolo (Idris Elba) è un DJ in piena crisi creativa. Per tirare su un po’ di soldi, accetta come ripiego un lavoro da tata per una coppia di suoi vecchi amici, David e Sara, ansiosi di trovare un po’ di tempo per loro stessi. Lui (J.J. Feild) è ossessionato dal lavoro, lei (Piper Perabo) potrebbe aiutare Charlie con la sua carriera, entrambi sono pessimi genitori e pessimi coniugi. Charlie nel frattempo fa amicizia con la bambina, Gabrielle (la bravissima Frankie Hervey) che è intelligentissima (è una di quelle storie in cui gli adulti sono immaturi e i bambini sono geniali). La serie salta dal piccolo rapporto di amicizia che cresce tra i due, alle esperienze scolastiche della bambina, per poi spostarsi sulla relazione amorosa molto vaga di Charlie, e poi ancora sull’accenno ad una possibile love-story con Sara. Ci sono altri vaghi spunti, troppi per elencarli.

Il valore di Idris Elba, co-creatore della serie e produttore, è indiscutibile, ma la scrittura è troppo innamorata del suo personaggio, anche con i suoi difetti. E questo toglie molto peso al senso della storia, che dovrebbe giocare sulla messa in ridicolo di un sex-symbol oppure condannare il personaggio per le sue scelte sbagliate. La fisicità strabordante di Idris Elba poteva diventare un ottimo strumento su cui giocare nei momenti di commedia (The Rock ci sta costruendo una carriera), ma lui, come gli altri, non viene mai messo in difficoltà. Eppure i giudizi, se non altro per le azioni di tutti i personaggi, arriveranno, e non saranno positivi.

Non empatizziamo con questi personaggi perché non ne vediamo l’umanità tra le righe, ma al tempo stesso Turn Up Charlie, semplicemente, non è una serie divertente. Come detto, ci sono circa tre-quattro soggetti ampiamente sfruttati, che la serie riprende in modo derivativo, saltando dall’uno all’altro. E in questo caos di storyline tra alti e bassi è difficile individuare il cuore della storia, quello che la serie vuole davvero raccontarci.

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