Non tutto è perduto: con Donar the Great, sesto episodio della sua seconda stagione, American Gods sembra riavvicinarsi agli antichi fasti che hanno caratterizzato il suo primo, barocco, conturbante arco di puntate; fasti che sembravano irrimediabilmente offuscati in questo prosieguo schiavo del formalismo e tragicamente privo di sostanza. Diviso tra il Regius Theatre nella Chicago pre-seconda guerra mondiale e un centro commerciale da qualche parte in America, questo capitolo ci offre la possibilità di sbirciare nell’oscuro – nonché relativamente recente, considerando la sua millenaria età – passato di Wednesday (Ian McShane), mostrandoci il destino del suo atletico figlio Donar (Derek Theler), meglio conosciuto come Thor.

Dal folgorante inizio in cui Wednesday si esibisce in un numero canoro che riporta alla mente le atmosfere di CabaretChicago, passando per la parte contemporanea nel centro commerciale in cui Shadow Moon (Ricky Whittle) ritrova finalmente la propria verve, complice di Odino nell’improbabile rapina di una giacca appartenuta a Lou Reed, Donar the Great ci rinfresca la memoria su come American Gods possa, in presenza di un’ispirazione non unicamente formale, sfruttare al massimo le sue notevoli potenzialità. Non siamo di fronte a un episodio perfetto, ma a un intrattenimento di alta qualità foriero di riflessioni ed emozioni che passano per il cuore oltre che per gli occhi.

Un capitolo come questo contribuisce a ricordare al pubblico come la serie di Starz sia in grado di far fiorire il materiale letterario di base, distaccandosene senza necessariamente tradirlo: la scena del suddetto furto è un piccolo gioiello di ritmo e sottile comicità, che rende giustizia alla vibrante policromia delle pagine del romanzo di Gaiman pur concedendosi delle variazioni rispetto all’opera d’origine. Le interazioni tra Odino e il suo protetto sono qui più intelligenti e coinvolgenti rispetto agli episodi precedenti di questa stagione, nonché un passo nella giusta direzione per una rapida ripresa di tono da parte di American Gods.

I flashback che vedono Wednesday sotto la falsa identità di Al Grimnir sono inoltre una strizzata d’occhio tanto a un altro nome di Odino (Grimnir) quanto a uno dei personaggi più celebri interpretati da McShane, l’Al Swearengen di Deadwood. Al di là di queste chicche per appassionati, i meriti di Donar the Great risiedono nella sua intensità drammatica: tra tutte le analessi presentate finora nella seconda stagione, quelle relative a Wednesday e a suo figlio sono forse le più efficaci. Assistiamo impotenti all’involontaria distruzione, da parte del re degli dei, della propria progenie: i piani per rivitalizzare il culto di Donar servendosi della nascente ideologia nazista e sbarazzandosi di Columbia (Laura Bell Bundy, che interpreta la prima incarnazione degli Stati Uniti d’America) hanno come unico esito la fine miserabile di Thor, suicidatosi pochi anni dopo.

Donar, Columbia e Wednesday sono certo tre divinità, ma tirano avanti contando sugli applausi di poche centinaia di spettatori in uno sgangherato spettacolo di burlesque, consolazione troppo misera per ciascuno di loro. Quando a Donar viene proposto di diventare il volto – o meglio, il corpo – della potenza atletica americana per conto di un gruppo filo-nazista, egli coglie inizialmente la palla al balzo grazie anche alla calda raccomandazione di papà Odino. Lo stesso fa Columbia quando riceve un invito da Technical Boy (Bruce Langley), interessato a farla diventare testimonial della propaganda bellica; anche la ragazza viene sapientemente manipolata dal dio nordico, che mente dicendole che l’amato Donar ha accettato di schierarsi definitivamente con i nazisti americani, abbandonando ogni proposito di vita comune con lei.

La conclusione di questa parentesi non può che essere tragica e sottolinea come Wednesday, nonostante tutta la malinconia derivata dal rievocare tristi memorie, non abbia ancora imparato la lezione. Sta infatti allontanando Laura da Shadow, manipolando la coscienza di quest’ultimo nonostante gli ricordi Donar. La sua ambizione è cresciuta nel tempo, e ora anela a tornare a un fulgore ben più elevato rispetto a quello ottenibile dall’adorazione di pochi neopagani con la svastica al braccio. Ripara la sua prodigiosa lancia in vista di una battaglia che, ai suoi occhi, dovrebbe ripristinare l’intero pantheon degli dei antichi; eppure, per ottenere questo raffinato restauro da parte dei nani, deve passare per il furto di un oggetto – la giacca di Lou Reed – della contemporaneità, figlio di quel divismo che è moderna declinazione del fervore religioso dei secoli andati.

Lo sguardo dello spettatore rifiata di fronte a un uso piuttosto parsimonioso degli effetti visivi; non è questo ciò di cui necessita un episodio narrativamente denso come Donar the Great. Inoltre, la performance di Ian McShane in questa puntata sfiora le vette del sublime, spaziando dalle sfumature che abbiamo ormai imparato a conoscere per toccare inedite corde intimiste, che culminano nella struggente sequenza che chiude l’episodio, in cui Wednesday si ritrova nel Regius Theatre ormai in disuso e intona Brother, Can You Spare A Dime?. In quei minuti finali, con il peso del mondo sulle spalle e il rimorso della perdita impresso nei solchi dei suoi lineamenti, McShane eleva nuovamente American Gods ai livelli dell’arte.

A differenza delle scene a Cairo, questo capitolo apparentemente di passaggio ha un peso drammatico potente e fa evolvere Wednesday, o quantomeno lo rende più tridimensionale agli occhi dello spettatore. Forse Shadow è la possibilità che viene offerta a Odino per rimediare agli errori commessi con Donar, o forse è solo un modo per consentirgli di ripetere gli stessi letali sbagli. In ogni caso, in una stagione colpevole di aver beneficiato troppo spesso di filler inconsistenti, Donar the Great ci regala sostanza e solidità, facendoci intravedere una possibilità di redenzione. Non tutto funziona alla perfezione, ma i pregi superano di gran lunga i difetti.

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