Giunta a un passo dal finale di stagione, American Gods saluta, con Treasure of the Sun, il personaggio forse più riuscito fra i tanti volti divini desunti dal romanzo di Neil Gaiman. Con il cuore velato di malinconia, lo spettatore deve accomiatarsi da Mad Sweeney (Pablo Schreiber), strappato alla sua millenaria esistenza da una morte sopraggiunta in circostanze ben più romantiche di quelle descritte nel materiale letterario d’origine. L’intero episodio è uno struggente canto del cigno di questo antieroe un po’ picaresco, nonché il picco più alto raggiunto finora dalla seconda stagione di American Gods in termini di profondità emozionale.

Assieme a Laura Moon (Emily Browning), Mad Sweeney è stato l’unico personaggio a conservare sempre un proprio focus all’interno di un secondo arco di episodi spesso sfilacciato e privo della forza dirompente dimostrata dalla serie nel proprio folgorante esordio del 2017. Così come la sua bizzarra compagna di viaggio, Mad Sweeney ha continuato a essere l’ancora certa della trama, impedendo agli dei vecchi e nuovi di andare alla deriva nei mari tempestosi della fumosità narrativa. È quindi un piacere agrodolce assistere a questo episodio quasi interamente incentrato su di lui e sul suo ambiguo passato: sappiamo già come sia giunto in America grazie alla puntata gemella della prima stagione, A Prayer for Mad Sweeney, e lo vediamo ora nei panni di Lugh, un leggendario re-dio irlandese dalla forma mutevole come le versioni della sua storia.

Le cose non sono andate granché bene per il leprecauno ultimamente: soppiantato da Shadow (Ricky Whittle) al fianco di Wednesday (Ian McShane), abbandonato da Laura dopo aver iniziato a percepire distintamente i sintomi di un sentimento inaspettato nei suoi confronti, Mad Sweeney sembra aver perso le speranze di recuperare la sua moneta fortunata dalla cassa toracica della sposa cadavere. Alla cena che Odino allestisce a Cairo non c’è spazio per lui: al suo posto siede Salim (Omid Abtahi), ormai parte integrante del seguito di Wednesday. Le uniche compagne del folletto sembrano essere, ormai, le bottiglie piene d’alcol di qualsiasi tipo e tre vedove piangenti, che lui continua a ritenere banshee portatrici di fatali presagi.

L’episodio si concentra principalmente su Sweeney che racconta la propria storia a vari interlocutori, uno alla volta. A ogni nuovo dialogo, il leprecauno ricorda qualcosa in più su se stesso; il suo passato si rivela lentamente, attraverso frammenti incoerenti che ce lo mostrano tra le braccia di una strega o feroce guerriero primitivo armato di lancia sul campo di battaglia. Sweeney vorrebbe poter parlare della sua ferocia, della sua epopea intrisa di sangue, ma la triste verità è che si tratta di un uomo impazzito per il dolore. Sta cercando di riempire il vuoto lasciato da sua moglie Eorann (Clare McConnell) e dalla figlia Moira, e di sanare il rimpianto per un vile tradimento operato ai danni dei suoi uomini.

La performance di Pablo Schreiber tocca qui vertici inediti per l’attore, che finora aveva sapientemente modellato il suo Sweeney con una creta di spavalderia e cinismo; va dato atto ad American Gods di averci fatto gradualmente intravedere la vulnerabilità insinuarsi negli occhi del leprecauno, per consentire al personaggio di raggiungere in Treasure of the Sun il proprio acme drammatico. La spavalderia non viene cancellata, ma viene spesso sostituita da un malinconico, rassegnato sarcasmo. Torna a galla nello scontro finale con Wednesday, in cui vediamo lo sguardo di Sweeney brillare per l’eccitazione del faccia a faccia e la prospettiva del possibile trionfo; contrariamente a quanto il leprecauno gli aveva fatto promettere, però, Shadow si frappone tra lui e Odino, provocando la morte del folletto trafitto da Gungnir.

C’è un senso di fatalità molto ben congegnata nell’intera sequenza del duello e della morte di Sweeney, alimentato nel corso di tutta la puntata: l’inevitabilità della catastrofe si fa sempre più palpabile, ed è quasi liberatorio vedere il nostro piombare sulla lancia di Odino e morire con un sorriso beffardo sulle labbra. Finalmente, il personaggio interpretato da Schreiber assurge al ruolo che ha sempre meritato sotto la patina d’ironia strafottente che lo caratterizzava: Sweeney è più di una spalla comica, in Treasure of the Sun l’abbiamo visto nella sua piena gloria di marito, re e guerriero, con i sottili cambiamenti delle varie versioni che ha raccontato al prossimo. Una figura impressionante nel suo massimo splendore, la cui follia è orchestrata con una sensibilità vivida e a tratti struggente.

È molto difficile riuscire a capacitarsi di come American Gods possa proseguire senza Mad Sweeney, presenza centrale e spesso autentico motore dello show. Non sappiamo come la sceneggiatura della serie possa evolvere, ma a oggi il leprecauno ha praticamente retto il peso della seconda stagione sulle proprie spalle e, come dimostra questo episodio, ha lasciato un segno in quasi tutti i membri del cast. Laura, Bliquis, Wednesday, Shadow e Salim – con cui in Treasure of the Sun ha una toccante conversazione sull’amore – sono stati testimoni della fase più opaca della vita di questo antico re divino; una fase che, per quanto possa apparire come l’ombra sbiadita della gloria d’un tempo, ha fatto rifulgere American Gods con una pulsante scintilla di vita e passione.

American Gods 2