Il 30 ottobre 1938, Orson Welles terrorizzò gli americani con una sconvolgente trasmissione radio che descriveva un’invasione aliena in forma di falso servizio d’informazione. Quel giorno, un giovane drammaturgo e la sua compagnia di attori presero un adattamento di H. G. Wells e fecero la storia, spaventando una nazione da costa a costa e seminando il panico grazie al potere di suggestione dato da una menzogna perfettamente sceneggiata.

A quell’evento fa riferimento l’apertura di Moon Shadow, episodio conclusivo della seconda stagione di American Gods, affidata a Mr. World (Crispin Glover) e al suo inquietante monologo sul dionisiaco potere della paura, innesco della creatività e fonte di potere per il divino. “Se è reale nella tua mente, è reale nel mondo”, conclude Mr. World, dando tacitamente il permesso agli dei americani di evocare qualsiasi cosa negli episodi futuri.

In un certo senso, La Guerra dei Mondi di Orson Welles è uno dei miti più popolari dell’America moderna, avendo instillato nelle menti degli ascoltatori l’idea di un’invasione aliena in una modalità totalmente priva di precedenti. Inoltre, come detto, è un immediato richiamo al potere dei media sui pensieri del pubblico; se i mezzi d’informazione vogliono che tu abbia paura, avrai certamente paura.

Mr. World fa convergere il terrore di massa sul diverso: il sentimento ieri rivolto verso gli alieni è oggi diretto verso Shadow (Ricky Whittle), Wednesday (Ian McShane) ormai in fuga e Salim (Omid Abtahi). I minuti che i due giovani mortali trascorrono assediati dalla polizia nella camera mortuaria sono ricchi di tensione, ma si risolvono con una facilità e una velocità a tratti deludente che mina in parte la rivelazione – o, per meglio dire, la conferma – della natura semi-divina del protagonista.

Moon Shadow ci dà anche un assaggio della vita coniugale di Shadow e Laura (Emily Browning) prima che la loro fallimentare rapina intervenisse a separarli in modo irrimediabile. Li vediamo innamorati, seduti su una panchina al parco, scherzare su un cucciolo che passa davanti ai loro occhi. È un toccante contrappunto alla loro cupa conversazione al Cairo mentre giacciono sulle lapidi, parlando della morte di Laura, dei suoi molti errori nella vita e dell’impossibilità, per Shadow, di tornare a fidarsi di lei.

American Gods

Nello scambio tra i due coniugi, questo ultimo episodio di American Gods sembra trovare la propria quadra più convincente. Il soprannome di Laura per Shadow, la frivola leggerezza quotidiana della sua origine e l’inevitabile fine di questa abitudine si fondono sullo schermo, e l’amore, la fiducia e il tradimento convergono tutti nel loro dialogo finale. “Ho intenzione di uccidere Wednesday”, gli dice Laura. “Hai intenzione di provare a fermarmi?” E a uno Shadow ormai consapevole della fine del loro amore non resta che replicare, “È un paese libero”.

È un commosso commiato quello tra marito e moglie, che pone un sigillo sulla loro conseguita pacificazione e sembra il miglior punto di partenza possibile per consentire a entrambi di andare avanti con le proprie esistenze; non è senza sollievo che osserviamo Laura avviarsi verso il proprio incerto futuro con il cadavere di Mad Sweeney (Pablo Schreiber) sulle spalle, evidentemente non rassegnata alla perdita del leprecauno.

È impossibile guardare qualcuno come Laura guarda il corpo di Sweeney adagiato sul tavolo mortuario senza essere – anche inconsapevolmente – innamorati. L’inaspettata perdita del compagno di tante avventure è un duro colpo per la sposa cadavere, sebbene ella riesca a dissimulare il dolore di fronte a Shadow; la scoperta che Laura non si fermerà davanti alla morte di Sweeney e che tenterà di riportarlo in vita ci rincuora non poco, dato che la coppia formata da questi due personaggi ha costituito forse la parte migliore della seconda stagione di American Gods.

Salutiamo dunque questa seconda annata della serie ideata da Bryan Fuller Michael Green con una discreta dose d’amaro in bocca per ciò che avrebbe potuto essere e non è stata; un continuo coitus interruptus a livello drammatico, troppo pigramente adagiato sugli allori di una prima stagione folgorante e audace. Non è bastata la solida identità estetica a garantire carburante a un arco di puntate troppo sfilacciato per convincere fino in fondo.

Ci piace pensare, tuttavia, che il commosso dialogo tra Laura e Shadow possa indicare la nuova direzione che la serie prenderà in futuro, accomiatandosi con lucidità da ciò che non è più utile alla propria narrazione e direzionando i propri passi verso il nuovo, per regalare al pubblico quella strana alchimia di verità e meraviglia che è propria delle migliori poesie.