Game of Thrones 8×02 “A Knight of Seven Kingdoms”: la recensione

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Nel tentativo disperato di evitare che la notte eterna degli Estranei si abbatta su Westeros, tutti i protagonisti affrontano a Grande Inverno la propria, piccola notte senza fine. A Knight of Seven Kingdoms è l’episodio dell’attesa, grave e insostenibile, per la marea di ghiaccio che si abbatterà sul castello. Difensori, regnanti, cavalieri, figure cadute in disgrazia che attendono solo un atto eroico sul quale immolarsi in sacrificio, aspettano l’arrivo della fine. Il secondo episodio dell’ultima stagione di Game of Thrones conferma l’approccio attendista e preparatorio della prima puntata, ma ne esalta la necessità. Tutto è inevitabile, tutto si sta compiendo, tutto incalza verso un culmine drammatico che, come chiarisce Bran, non necessariamente ammette l’esistenza di un futuro.

La scrittura di Bryan Cogman si inserisce nel solco della première. Ne rappresenta il completamento necessario, la chiusura dei conflitti ancora sospesi o dei rapporti da portare al livello successivo e definitivo. Dunque da un lato è quasi una seconda parte della première, ma dall’altro è anche il capitolo centrale di una trilogia ideale che corrisponde alla prima metà della stagione (provate a immaginarlo come un film di tre ore), e che culminerà nella battaglia della prossima settimana. Sospeso – logicamente – l’altro centro di potere ad Approdo del Re, tutti gli eventi si svolgono a Grande Inverno, raccontando l’attesa spasmodica per l’invasione dei morti da Nord.

Qui si concentrano i percorsi di decine di personaggi giunti nello stesso luogo tramite i percorsi più imprevedibili e le strade più impervie. E torna ancora quella sensazione di un immenso calderone dal quale estrapolare le combinazioni di personaggi più interessanti, coloro che hanno ancora qualcosa da dire l’un l’altro. C’è un piacere palese nella scrittura che si diverte a chiudere parentesi, a formulare giudizi definitivi, a trarre un bilancio delle esperienze precedenti rispetto ad uno scontro che sa di chiusura. Nella maggior parte dei casi i dialoghi sono, infatti, aperti, diretti, privi di sotterfugi e dei non detti che hanno caratterizzato da sempre la scrittura degli intrighi. L’unica eccezione dell’intero episodio è rappresentata dallo scambio tra Daenerys e Sansa circa il futuro del Nord, ma appunto è solo un’eccezione, non sappiamo nemmeno quanto consapevole a questo punto.

La battaglia contro gli Estranei esercita una forza attrattiva irresistibile che annienta – giustamente – ogni possibile deviazione dal selciato. Game of Thrones a questo punto si narra da sé, eppure nei momenti migliori cavalca l’onda degli eventi con eleganza e piacere della narrazione. Certo meno maldestramente della scorsa settimana. Ennesima conferma che il giudizio non dovrebbe basarsi sul numero di eventi sconvolgenti, quanto sulla qualità dei dialoghi e sulla credibilità dell’intreccio. Ecco quindi che l’arrivo di Jaime alla fortezza e il relativo breve giudizio su di lui si esaltano grazie all’annotazione di Bran “le cose che facciamo per amore”, che ci riporta al pilot. Ecco l’emozionante scena che dà il titolo all’episodio, in cui Brienne riceve il cavalierato. Ecco i lampi di leggerezza da parte del Mastino – che blocca sul nascere un monologo di Beric Dondarrion – e del solito Tormund.

E, complice l’oscurità crescente, su tutto cade una patina di fatalismo, l’idea di un preludio a qualcosa che sarà comunque definitivo. Certo, è abbastanza ridondante Tyrion che alza il calice in ricordo dei vecchi tempi ricordando “quanto siamo cambiati”, ma c’è anche un senso di calore e familiarità nei momenti con Jaime e il resto delle persone che si uniranno. Arya e Gendry finalmente si ritrovano da soli, e anche qui al momento della consegna dell’arma tutto va come previsto (alla fine le casate Baratheon e Stark si sono davvero unite). C’è un momento utile a ricordarci la parentela tra Jorah Mormont e sua cugina Lyanna, poco prima che Sam consegni la spada in acciaio di Valyria della propria famiglia al cavaliere.

Difficile prevedere quanti cadranno la prossima settimana (l’episodio durerà un’ora e venti) e soprattutto chi non vedrà l’alba. Un dialogo tra Verme Grigio e Missandei in cui programmano il futuro ci fa temere il peggio; sembrano in pericolo personaggi come Beric o Podrick o lo stesso Jorah, mentre l’importanza rinnovata del Corvo a Tre Occhi dovrebbe tenerlo al sicuro; le cripte sono state definite troppe volte un luogo sicuro per esserlo davvero. Momenti che sembrano omaggiare il Fosso di Helm del Signore degli Anelli ci confermano quella che probabilmente sarà la più importante fonte d’ispirazione, mentre Podrick che canta ci ricorda Pipino nel Ritorno del Re. La canzone è un singolo interpretato dai Florence + the Machine.

Consapevolmente, la scrittura evita per tutto l’episodio il confronto diretto tra Jon e Daenerys. Non uno sguardo del primo nei confronti della seconda, solo manifestazioni di volontà occasionali cui segue un rapido allontanamento. Li ritroviamo, in una chiusura che ci riporta di fronte alla tomba di Lyanna, con il primo che svela alla seconda la verità. Non il momento migliore probabilmente per farlo, ma in fondo la stessa Daenerys sembra più colpita dalla perdita della legittimità al Trono che dall’incesto. In ogni caso si pone inevitabilmente un conflitto che trascende l’arrivo degli Estranei e che richiederà, così come l’indipendenza del Nord, di essere trattato dopo la battaglia. In caso contrario, solo la morte violenta di Jon potrebbe risolvere automaticamente ogni contrasto, con Daenerys a concedere per riconoscenza l’indipendenza al Nord concentrandosi solo sul Trono.

Ma questi sono solo voli di fantasia. Intanto la battaglia ha inizio.

Per confrontarvi con altri appassionati della saga, vi segnaliamo la pagina Game of Thrones – Italy.

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