Game of Thrones 8×03 “The Long Night”: la recensione

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La neve cade sui vivi e sui morti, nella lunga notte di Grande Inverno. E ha la forza di un cataclisma naturale questa valanga che si abbatte contro la fortezza degli Stark nell’episodio forse più atteso di sempre per Game of Thrones. La regia di Miguel Sapochnik rappresenta allora il tentativo di imbrigliare nel tumulto della battaglia la furia degli elementi stessi che incarnano uno scontro che vive di opposti: il caos e l’ordine, la notte e la luce, le ossa e il sangue, i morti e i vivi e, non ultimi, il ghiaccio e il fuoco. Fatica produttiva di portata storica, climax assoluto per l’anima high fantasy della serie, The Long Night è il culmine della prima metà dell’ultima stagione, una puntata che riesce a cavalcare la propria natura di evento televisivo per diventare tragedia umana condivisa.

Benioff e Weiss firmano l’episodio e spingono fino alle sue estreme conseguenze la strenua lotta contro la minaccia degli Estranei. Le forze ancestrali che popolavano i miti del nord diventano realtà nell’attacco a Grande Inverno. Da un lato il Re della Notte a cavalcioni di Viserion, con il suo esercito immane pronto a dilagare. Dall’altro la disperata difesa da parte dell’alleanza più improbabile: Targaryen, Stark, Lannister, rinnegati, cavalieri, uomini e donne caduti in disgrazia, tutti a fare fronte comune contro il nemico.

Le mani tremanti di Sam aprono l’episodio, che prosegue con una panoramica sugli ultimi spostamenti decisivi all’interno della fortezza. Theon presiede il gruppo di difesa che scorta Bran sotto l’albero-diga; Tyrion si dirige verso le cripte, dove lo raggiungerà Sansa e dove si riunirà con Missandei e Varys; Lyanna Mormont grida gli ultimi ordini. Di fronte alla fortezza si trova la linea degli Immacolati, guidati da Verme Grigio, e dei Dothraki, tra i quali spiccano Jorah e Spettro. Arya, Beric, il Mastino sono le schegge lanciate dalla battaglia: loro sarà la prospettiva più dinamica sull’assedio del castello. Jaime e Brienne sono sui bastioni. Jon e Daenerys si accostano allo scontro da una prospettiva privilegiata, consapevoli del fatto che dovranno salire in groppa a Drogon e Rhaegal per aiutare dall’alto.

Nella battaglia del Fosso di Helm, per esplicita ammissione il punto di riferimento principale della regia dell’episodio, la pioggia scrosciante dava il via all’attacco. Qui c’è l’intuizione di trasformare quell’accostamento ideale in un puro mezzo narrativo, con la neve che diventa arma concreta nelle mani del Re della Notte. Tutto l’episodio gioca, infatti, sulla contrapposizione più che ideale tra le forze della natura che diventano risorse per i campioni dei rispettivi schieramenti. Melisandre arriva a sorpresa e reca con sé il dono del fuoco, che per due volte utilizzerà per contrastare l’orda dei non-morti. Stavolta, davvero “la notte è oscura e piena di terrori”.

Ma più in generale è l’intera portata dell’assedio e delle fasi della battaglia ad essere definita in base ai rapporti di forza tra il ghiaccio e il fuoco, tra l’ombra e la luce. I draghi di Daenerys illuminano letteralmente la battaglia, ma sono anche l’argine infuocato che ritarda il capitolare dei vivi. La carica – strategicamente poco logica – e la sconfitta dei Dothraki vengono narrate in due momenti di efficace sintesi visiva che giocano sul movimento e lo spegnimento dei fuochi. I lampi lunari azzurri che illuminavano la battaglia del Signore degli Anelli qui vengono rimpiazzati dai fuochi interni al castello – normalmente un elemento distruttivo, qui invece sono la speranza – e pure nella crescente composizione caotica delle scene il leitmotiv rimane lo stesso.

La narrazione strategica dello scontro che tanti anni fa aveva accompagnato la battaglia delle Acque Nere lascia allora il posto ad una visione disperata e informe, quasi indistinguibile in certe fasi dello scontro (forse troppo), che avrebbe qualcosa dei Sette Samurai. E non è solo il punto di vista di Jon Snow che cerca di rifiatare a definire la battaglia, ma una vera narrazione condivisa, anticipata dalla regia della prima scena, che si accosta ora a questo ora a quell’altro personaggio. Allora, da Jon a Arya a Sansa a Bran – solo per citare gli Stark – il ritmo di ogni momento è determinato dal punto di vista parziale di ognuno.

Jon e Daenerys appaiono spesso avulsi dallo scontro, in parte perché ovviamente lo sono. La scrittura fatica a tenere a freno la rabbia di cui vorremmo vederli caricati, anche se alcuni momenti oltre le nuvole sono tra i migliori dell’episodio (una vera “danza dei draghi”). Sansa, come Cersei tanto tempo prima, non può fare altro che rifugiarsi dove crede di essere al sicuro insieme agli altri personaggi che non possono aiutare durante la battaglia. Le cripte, come ampiamente previsto, non sono poi così sicure, ma anche qui c’è un bel momento di silenzio tra lei e Tyrion. Bran è una funzione narrativa che non incide positivamente, se non come esca, sulle sorti della battaglia. Ci aspetteremmo qualcosa da parte sua (magari prendere possesso di un drago) ma non farà molto.

Arya è non solo il personaggio più determinante, ma è anche il punto di vista più stimolante sull’intera battaglia. Personaggio evidentemente amatissimo dagli autori, rappresenta la migliore sintesi nella gestione del ritmo narrativo che passa da picchi di ampia messa in scena a momenti più raccolti e carichi di tensione. A lei appartiene un bel momento di battaglia sui bastioni, suo è il momento più silenzioso e horror dentro il castello, e si rievocano un paio di frasi storiche (“Stick them with the pointy end” e “What we say to the god of death?”/”Not today”). E, nel momento culminante, quando ogni speranza è congelata, è lei a colpire a morte il Re della Notte. La daga che anni prima aveva quasi ucciso Bran ora gli salva la vita.

Questa rimane la battaglia degli Stark, con i vari Brienne, Verme Grigio, Jaime, perfino Sam a battersi con furia ammirevole, ma sempre costretti all’angolo dai nemici e dalla scrittura dell’episodio. Perfino Daenerys appare impotente per buona parte dello scontro. Manca la morte eccellente a coronare tutto, ma i protagonisti lasciano sul campo vari personaggi. Game of Thrones contraddice in parte il proprio stile, non se la sente di togliere la dignità, oltre alla vita, a questi coprotagonisti, e riserva a tutti loro una bella uscita di scena. Jorah e Theon chiudono il loro percorso di redenzione, sacrificandosi per le persone che hanno deciso di proteggere. La morte di Lyanna Mormont è un colpo al cuore, ma anche lei se ne va – su un momento che ricorda L’attacco dei giganti – confermandosi molto coraggiosa. Addio anche a Edd e Beric, ampiamente sacrificabili. E muore, come lei stessa aveva predetto, Melisandre.

Con la morte della sacerdotessa, che riconosce l’importanza di Arya nel momento in cui afferma che Beric ha compiuto il proprio compito salvandole la vita, si chiude un blocco intero della storia del Trono di Spade. Quello più mitico, epico, magico. Termina, forse con un tradimento di aspettative e profezie, la vicenda di Azor Ahai, che infine non sembra corrispondere né a Jon né a Daenerys. Game of Thrones chiude la storia degli Estranei che fin dall’esordio ha rappresentato la minaccia latente e subdola, l’orrore che arrivava silenzioso mentre tutte le Casate erano impegnate a massacrarsi a vicenda. Con tre episodi a disposizione, la storia riprende fiato e prepara lo scontro finale con Cersei.

Per confrontarvi con altri appassionati della saga, vi segnaliamo la pagina Game of Thrones – Italy.

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