È col cuore velato di una certa malinconia che salutiamo Star Trek: Discovery quest’anno, e i motivi dietro questo sentimento affondano le radici in un episodio finale che è tra i più toccanti apici raggiunti non solo dalla serie, ma dall’intero franchise nato dalla fantasia di Gene Roddenberry. In Un dolore così dolce – Parte 2 vediamo infatti la USS Discovery balzare 930 anni nel futuro senza lasciare traccia nel ventitreesimo secolo in cui era stata costruita. Tutti coloro che sono stati messi a conoscenza della sua vera missione hanno peraltro accettato di tenerla segreta al Comando della Flotta Stellare, cancellando di fatto la nave – ritenuta distrutta – e il suo equipaggio – ritenuto morto con il vascello – dai libri di storia.

Un dolore così dolce – Parte 2 è figlio di una stagione che ha sollevato un gran numero di domande a cui non sempre ha dato efficace risposta; tuttavia, in linea con il nuovo corso di Star Trek: Discovery, si inserisce con efficacia all’interno del canone preesistente, puntando a colmare le lacune dovute alle troppe linee narrative intrecciatesi finora grazie a un’accurata trattazione dell’universo psicologico dei propri personaggi, una superba gestione degli effetti visivi e alcuni momenti di pura epica come solo i migliori capitoli della saga hanno saputo offrirci nel corso dei decenni.

Tra questi momenti spicca, per suggestione e resa visuale, il viaggio nel tunnel spaziale di Michael (Sonequa Martin-Green) con addosso la tuta dell’Angelo Rosso, persa in un flusso caleidoscopico che la porta a ripercorrere i vari segnali comparsi nel cosmo. È davvero una sequenza pivotale per Star Trek: Discovery, così come il momento in cui la nave viene risucchiata assieme a Burnham nel wormhole, creando delle premesse pazzesche per la terza stagione: se effettivamente avrà luogo 950 anni dopo rispetto alla linea temporale mostrata nelle prime due stagioni, Discovery si spingerà cronologicamente più in là di qualsiasi altra serie del franchise.

Detto questo, il tentativo da parte degli autori della serie di spiegare in via definitiva il motivo per cui non abbiamo mai sentito parlare di Burnham, del motore a spore o della Discovery nelle serie precedenti ha meno successo. Spock (Ethan Peck) e Pike (Anson Mount) mentono alla Flotta Stellare sul destino della nave, prendendo al contempo la decisione di cancellare fondamentalmente la Discovery e il suo equipaggio dai libri. Le ragioni non sono tuttavia così solide quanto dovrebbero: certo, il viaggio nel tempo e i riferimenti all’Angelo Rosso devono rimanere segreti per evitare una qualsivoglia interferenza del Controllo, e si suppone che ciò sia vero anche per il motore a spore. Ma Michael Burnham ha comunque iniziato la guerra Klingon, e ci sembra piuttosto difficile riuscire a cancellare un fatto del genere dagli annali.

Siamo tutti d’accordo, quindi, sul fatto che qualche falla Un dolore così dolce – Parte 2 ce l’abbia, e forse neppure di poco conto. Tuttavia, va reso onore agli autori per aver cercato un modo plausibile per motivare la censura dell’esistenza di Michael da parte di Spock in ogni successiva – cronologicamente parlando – apparizione, e di averlo fatto costruendo un rapporto magnifico tra i due personaggi. La stagione è iniziata con due fratelli che non comunicavano, ed è finita nello stesso identico modo: eppure, quanta tensione, quanta passione, quanto sentimento tra questi due momenti sospesi nel tempo. Il viaggio di Michael e Spock in questa stagione è, sentimentalmente parlando, una grande elaborazione al fine di accettare il loro passato e poter guardare al futuro: un futuro che li vede sì irrimediabilmente divisi, ma profondamente riconciliati.

Inoltre, Star Trek: Discovery sembra fornire il punto di partenza per la risoluzione del dilemma di Spock tra fede e scienza, accennato all’inizio della stagione e poi abbandonato. “L’universo non ha alcun obbligo di dare un senso”, osserva Spock. In questo episodio, egli compie un atto di fede assai poco vulcaniano: sceglie di confidare nella riuscita della missione di Michael e della Discovery, e questo mette in luce quel lato umano che, per chiunque abbia seguito The Original Series, faceva già allora capolino con fulgida bellezza tra le crepe della sua corazza vulcaniana. In tal senso, l’ultimo dialogo tra Michael e Spock commuove e innamora non solo per il passato a cui fa riferimento, ma anche per il destino del giovane: nelle parole della donna e nell’esortazione al fratello di trovare una guida è impossibile non leggere un riferimento a Kirk, il capitano che Spock affiancherà per quasi tutta la vita.

Sono momenti come questi che danno tridimensionalità a una serie come Star Trek: Discovery. Non si tratta di mero fan service, ma di sincero e ponderato omaggio che arricchisce il canone; lo si può apprezzare o meno, ma gli va riconosciuta una limpida onestà. Per chiunque sia disposto ad accettare la serie a dispetto delle sue occasionali debolezze di sceneggiatura, Discovery allargherà i propri orizzonti in modo spettacolare, non lesinando in emozioni e regalando quel coinvolgente finale in cui Spock compare sul ponte di comando dell’Enterprise con la sua storica uniforme azzurra, finalmente sbarbato e pettinato come l’iconico personaggio incarnato agli albori da Leonard Nimoy. Non è imitazione, ma saggia fioritura di un materiale preesistente, e in quel rispettoso e suggestivo segno vogliamo sperare che Star Trek: Discovery prosegua il proprio viaggio nella terza stagione, salutando a malincuore un ventitreesimo secolo di cui ci ha mostrato luci e ombre.

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