Prima di parlare dei contenuti di The Red Line, la nuova serie della CBS prodotta da Greg Berlanti con protagonista Noah Wyle (il dottor Carter di ER), vorremmo soffermarci su come il network sembri apparentemente aver gettato lo show al macello ancora prima del suo debutto, avvenuto non solo a stagione inoltrata, ma mettendo anche gli 8 episodio di cui è composta la miniserie – che andranno in onda ogni domenica a due a due fino al 19 maggio – contro Game of Thrones. La gara, inutile sottolinearlo, è persa in partenza, ma ciò detto c’è forse una ragione valida per cui la CBS potrebbe aver preso questa decisione apparentemente suicida e cioè che nei toni e negli argomenti questa serie è quanto di più diverso dal Trono di Spade si possa immaginare, il che magari può essere interpretata come un’ancora di salvezza per tutte quelle anime che non sono necessariamente appassionate del genere epico-fantasy di cui lo show della HBO è indiscusso maestro.

The Red Line è infatti un episodio di Law and Order SVU (uno dei tanti che si è occupato di un crimine d’odio) che incontra This is Us, è realistico, per quanto ovviamente possa esserlo una serie televisiva, e socialmente rilevante ed è un tentativo di mostrare un triste spicchio della società americana di oggi, che magari in un altro tempo, un altro timeslot o un altro network avrebbe avuto maggiore possibilità di avere successo o di essere notato, soprattutto considerato che il cast, potenzialmente, lo meriterebbe.

La serie creata da Caitlin Parrish e Erica Weiss, il cui titolo è ispirato alla linea della metro che attraversa alcuni dei quartieri della città di Chicago più diversificati dal punto di vista razziale e sociale, racconta di come la vita dei protagonisti dello show venga toccata da un tragico evento: la morte di un chirurgo gay di colore, il dottor Harrison Brennan (Corey Reynolds), ucciso da un poliziotto bianco, l’agente Paul Evans (Noel Fisher), durante una rapina in un negozio, fatto che sconvolgerà ovviamente le esistenze del marito, l’insegnante di liceo Daniel Calder, interpretato appunto da Noah Wyle e della figlia adottiva di colore Jira (Aliyah Royale), ormai adolescente.
L’uccisione, di cui – come pubblico – sappiamo fin dall’inizio che l’agente Evans è responsabile per non aver palesato la sua presenza all’ingresso nel negozio ed aver sparato senza dare così al dottor Brennan che gli dava le spalle e stava solo cercando di aiutare la vittima, l’opportunità di spiegarsi, diventerà così il trait d’union che legherà le diverse storyline: il lutto e la ricerca di giustizia di Daniel e Jira, che decidono di fare causa alla città e all’agente Evans quando quest’ultimo viene assolto da una commissione interna, il desiderio di Jira di ritrovare la madre biologica nella speranza di dare senso a quanto avvenuto e confrontarsi con qualcuno che capisca nel profondo cosa significhi essere una giovane donna di colore, che si scoprirà presto essere Tia Young (Emayatzy Corinealdi), che ha appena dato il via alla sua campagna politica per essere eletta consigliera comunale e naturalmente la storia di Paul Evans, un modernissimo “razzista passivo” che non si rende pienamente conto dei propri pregiudizi, ma ne viene comunque guidato e che risulterà colpevole senza sapere pienamente di esserlo, fino a che la sua partner non gli rivelerà di aver sottratto la videocassetta del sistema di sicurezza del negozio il giorno della sparatoria per impedire che venisse condannato e cacciato dal corpo.

Nonostante i primi due episodi servano per lo più a stendere le premesse della serie e presentare i protagonisti, è evidente come lo show non sia interessato ad analizzare il crimine di cui il dottor Brennan è stato vittima, quanto piuttosto a narrare la storia umana delle persone che volenti o nolenti sono state coinvolte nella tragedia, dai più importanti a quelli apparentemente più irrilevanti, come per esempio il nuovo partner di Paul, Diego (Sebastian Sozzi) un uomo di origini latine con un approccio al servizio chiaramente molto diverso da quello del suo collega bianco, che gli dice chiaramente di non aver apprezzato l’idea di essere stato messo di pattuglia con lui solo per dare l’impressione che Paul non sia un razzista, visto che ha un compagno dalla pelle di colore diverso.

Nonostante il lungo episodio pilota (un’ora e 40 minuti circa) è difficile dire se The Red Line abbia centrato o totalmente mancato il bersaglio o magari sarebbe semplicemente più corretto dire che non fa nessuna delle due cose e naviga in una sorta di limbo che non fa benissimo alla serie che pur in un formato generalmente apprezzato dal pubblico come quello della miniserie, soffre per una certa superficialità nel modo in cui alcuni personaggi sono trattati, anche quando l’intento degli autori è chiaramente quello di coinvolgere emotivamente il pubblico, o forse per assurdo proprio per quello, perché si capisce che il prodotto è un tentativo non mascherato di imitare il successo di un nuovo genere televisivo di cui This is us è stato pioniere e show come A Million Little Things e più recentemente The Village, solo alcuni dei successori.

The Red Line va in onda negli Stati Uniti ogni domenica sulla CBS.