Per quasi tutta la durata di Replay, questo ennesimo revival di The Twilight Zone è la migliore versione di se stesso. L’episodio ha tutto ciò che era mancato alle prime due puntate. Ha un conflitto emotivo sincero alla base, gestisce la tensione e il senso di ansia crescente senza sbavature, utilizza con intelligenza oggetti e situazioni simboliche. C’è la critica sociale mutuata attraverso lo spunto fantascientifico e un lavoro di approfondimento sull’umanità dei personaggi. Non funziona così bene alla distanza e nel finale si affida a metafore troppo palesi, ma è una puntata molto convincente.

Nina Harrison (un’intensa Sanaa Lathan), una donna di colore (è importante specificarlo), è in viaggio per accompagnare suo figlio Harrison (Damson Idris) verso il suo primo anno al college. Li conosciamo mentre sono ad una tavola calda, scherzano, lei punta su di lui una telecamera, decisa a immortalare il momento prezioso nella vita del figlio. Ripartono, e lungo la strada vengono fermati da un agente di polizia, Lasky (un inquietante Glenn Flesher), che evidentemente ha un pregiudizio fortissimo nei confronti della coppia. La situazione rischia di precipitare, quando Nina schiaccia il pulsante di rewind su una telecamera che porta con sé. Il tempo si riavvolge, la storia ricomincia.

Basta la premessa a capire che tipo di storia ci vuole raccontare questa settimana la serie di Jordan Peele. Lo spunto alla Ricomincio da capo – o Russian Doll per chi preferisce un riferimento più recente – è chiaro, ma il fulcro non è tanto l’espediente del viaggio indietro nel tempo, quanto il senso della minaccia e il mezzo di fuga. L’elemento simbolico è fortissimo in questa storia semplice che parla indirettamente per grandi affermazioni sul presente. C’è la madre che ha sacrificato tutta se stessa per garantire al figlio possibilità che lei non ha avuto, c’è il giovane di colore letteralmente sulla strada verso il cambiamento di prospettive, e il pregiudizio che sbarra la strada al futuro.

Che questo poi sia rappresentato da un agente delle forze dell’ordine non fa altro che rafforzare la critica sociale, e ad un certo punto vedremo anche la scritta Black Lives Matter. L’intuizione più ispirata allora è la funzione della telecamera in sé, oggetto quasi fuori dal tempo nell’epoca in cui si riprende solo con gli smartphone. E proprio per questo così forte visivamente. Strumento di fuga, certo, possibilità di salvezza, se si pigia il tasto del rewind. Ma – lo capiamo subito – la telecamera rappresenta anche l’occhio oggettivo e imparziale sugli eventi, lo strumento di osservazione che inchioda la realtà ad un presente che non conosce punti di vista, ma solo responsabilità. La telecamera allora è davvero una macchina del tempo: può rappresentare la fuga all’indietro e la salvezza momentanea, oppure può costruire la strada verso un futuro di responsabilità.

Per quasi tutta la sua durata Replay è una bella lezione di scrittura, e rimane il migliore di questi primi episodi di The Twilight Zone. Negli ultimi dieci minuti la trama appesantisce l’intreccio con deviazioni e nuovi personaggi. Si tratta di un segmento che aggiunge un altro livello all’interpretazione della storia, ma a quel punto il gioco della metafora e dei simboli prende il sopravvento sulla vicenda.

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