Il gioco di parole nel titolo Bonding, nuova serie di Netflix, può essere facilmente reso in italiano con il termine “legare”. Da un lato si riferisce ad una pratica tipica accostata al sadomasochismo, particolarmente al rapporto di dominazione-sottomissione che intercorre tra due partner che scelgono di interpretare un ruolo specifico; dall’altro c’è invece l’idea di legame nel senso di avvicinamento tra due persone che “espongono le loro vulnerabilità”, come dice qualcuno nella serie. Tutto questo viene raccontato nella serie di Netflix, composta da sette episodi di durata brevissima e inusuale.

La dark comedy è creata, diretta, sceneggiata da Rightor Doyle. Parla di un ragazzo omosessuale di nome Pete (Brendan Scannell) che diventa l’assistente di una dominatrice di nome Tiff (Zoe Levin). I due si conoscevano al liceo, e ora si ritrovano in circostanze inusuali. Pete cerca di sbarcare il lunario, vorrebbe mettere in scena degli spettacoli di stand-up comedy, ma è molto timido. Inoltre sembra avere difficoltà a trovare un partner con il quale poter avere una storia d’amore seria. Tiff proviene da esperienze negative, che l’hanno condotta a interpretare il rapporto con l’altro sesso solo tramite il ruolo di dominatrice.

L’idea del sesso in Bonding è raccontata in modo grottesco, generalmente ridicolo. Nulla viene mostrato direttamente sullo schermo, ma la serie non si risparmia in quanto a dialoghi e situazioni raccontate. Sembrerebbe un approccio perfetto per una serie politicamente scorretta e capace di lasciare il segno, e invece tutto in Bonding tende alla digeribilità più esagerata. Un esempio è la caratterizzazione di tutti i personaggi di contorno, caricature di personaggi apparentemente “normali” che però nascondono desideri eccentrici riguardo la sfera sessuale. Tutto andrà come atteso, compresa la lenta presa di coscienza dei due protagonisti che imparano ad aprirsi empaticamente.

La durata breve degli episodi rende la visione ancor più semplice, ma anche ancor più superficiale. Bonding narra di piccole situazioni quotidiane, senza picchi né drammatici né comici (la scrittura non è così ispirata) sorvolando sulle sfumature più interessanti dei personaggi. Va meglio sul fronte delle interpretazioni. Zoe Levin, in particolare, è un volto perfetto per la sua Tiff, e riesce a dare al personaggio molta più solidità di quanta si direbbe dalla scrittura. Ma è un po’ poco per una serie che vorrebbe essere provocatoria, fin dal tema principale, ma non riesce a scavare sotto la superficie.

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