Prendete Tredici e provate mentalmente a mescolarlo a Twin Peaks, aggiungendovi un lieve rimando a The OA: questi sono solo alcuni degli echi che Chambers, la nuova serie horror soprannaturale targata Netflix, palesa nel corso dei dieci episodi che ne compongono la prima stagione. Con questi presupposti, era normale cadere nella tentazione di aspettarsi un prodotto impressionante; e va dato atto alla serie di essere riuscita a creare una mescolanza di influenze piuttosto peculiare nell’affollato panorama dello streaming, soprattutto sul piano visivo. Eppure, è sul fronte della sceneggiatura che Chambers manca il bersaglio, complice una tendenza prolissa che ne appesantisce la riuscita complessiva.

La serie segue Sasha (Sivan Alyra Rose), un’adolescente che ha avuto un infarto e ha ricevuto un trapianto di cuore da Becky Lefevre (Lilliya Reid), una ragazza altoborghese che è morta la stessa notte. Dopo aver incontrato i genitori della giovane (Tony Goldwyn e Uma Thurman), inizia una relazione disfunzionale proprio con la famiglia della defunta, desiderosa di assicurarsi che la prematura scomparsa di Becky possa portare dei benefici a qualcuno. A tal fine, iniziano ad aiutare Sasha attraverso una borsa di studio per la scuola d’élite frequentata dalla figlia, una Prius per farla andare e tornare dalla sua cittadina di operai (e dalla sua popolazione indiana, essendo Sasha per metà nativa), e altro ancora, portando la fanciulla nell’orbita di coloro che conoscevano Becky.

Chiunque abbia visto un film dell’orrore che coinvolga un trapianto di organi potrebbe indovinare il prosieguo della storia: Sasha inizia ad avere visioni di Becky e inizia a sentire le cose dal punto di vista della morta. Mentre si convince gradualmente che ci sia un’altra entità dentro di lei, strani incidenti suggeriscono che alcune delle nuove persone che le ronzano intorno potrebbero sapere di più su questa trasformazione di quanto non stiano lasciando intendere. Naturalmente, il suo stesso misterioso background inizia ad avere un peso nella storia, ma Chambers non sembra indulgere più di tanto sull’aspetto magico.

Punto di forza di Chambers è, come detto, l’immaginario estetico che costruisce: è un autentico e continuo piacere per gli occhi, grazie allo stile stabilito dal regista Alfonso Gomez-Rejon, che porta in scena complessi tableaux già mostrati in precedenza nel suo lavoro su American Horror Story. Zoomate coraggiose, inquadrature fuori bolla e scelte cromatiche non sempre realistiche aiutano lo spettatore a immergersi nelle atmosfere soprannaturali della storia narrata. I registi che si susseguono dietro la macchina da presa mantengono l’impronta di Gomez-Rejon, facendone il vero fil rouge della serie al di là della frammentarietà e, talvolta, inconsistenza delle trovate drammaturgiche.

È proprio la narrativa, purtroppo, il fulcro ingarbugliato del vero disordine di Chambers (e no, non stiamo parlando di disordine come forza creatrice). Troppi sono gli indizi, troppe le piste da seguire, troppi i rigagnoli che si distaccano dal grande fiume della storyline principale, con l’intento di assicurarsi che tutti i personaggi abbiano qualcosa da nascondere. Da presupposti promettenti, ogni sottotrama perde di solidità, rivelando un ulteriore strato di complicazioni – per lo più poco interessanti – al di sotto di essa o, nel peggiore dei casi, venendo liquidati come eventi casuali o cospirazioni mai davvero giustificate, e l’intero corpus inizia a sgretolarsi sotto il peso di misteriose implausibilità. La gravidanza isterica di un personaggio, l’ossessione di un altro, si rivelano tutti meri riempitivi finché, negli ultimi due episodi, la serie smette di girare a vuoto e diventa straordinariamente precisa nel tentativo di spiegare ogni cosa prima dello straniante, ma in un certo senso magnetico finale che apre alla prossima stagione.

La mancanza di profondità delle troppe storie messe sul campo non basta a riempire degnamente dieci episodi con quello che sarebbe stato ideale per cinque. Il livello delle interpretazioni è comunque notevole: Thurman e Goldwyn riescono a gestire due ruoli che, in più occasioni, rischiano di sfiorare la totale incongruenza e finiscono spesso schiavi di dinamiche reiterate; eppure, la vibrante intensità delle loro performance riesce a trasmettere al meglio un senso di bizzarra verità, a dispetto delle lacune dello script. Plauso anche alla giovane protagonista Sivan Alyra Rose, alle prese con un personaggio con cui non è sempre facile empatizzare e a cui vengono affidate spesso scene di disturbante straniamento a causa della sua condizione di “posseduta”.

Chambers è quindi bocciato in pieno? Non ce la sentiamo di stroncare un prodotto che dimostra, almeno nelle ambizioni, un certo innegabile coraggio. I balzi avanti e indietro nel tempo generano un mood che non si vede spesso in televisione; inoltre la colonna sonora, che ha come elemento chiave I Wanna Be Adored degli Stone Roses, fornisce alla storia un tappeto sonoro che la impregna di inquietante fascino anche nei suoi momenti più deboli. È vero, ci troviamo davanti a un prodotto che non è riuscito a mantenersi all’altezza dei propri alti aneliti; tuttavia, le premesse della seconda stagione aprono il campo a un orizzonte di cospirazioni mistiche che si discosta talmente tanto dalle premesse iniziali di questa tranche di episodi da accendere vivamente il nostro appetito. Restiamo in attesa di ulteriori sviluppi, restiamo in attesa di necessarie migliorie.

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