Occorrono gioielli di scrittura come Fleabag per ricordarci che lo standard qualitativo – mediamente alto – della scrittura televisiva di oggi non dev’essere un traguardo, ma un punto di partenza. E pensare che Phoebe Waller-Bridge, come dichiarato nel corso di un’intervista, non avrebbe nemmeno voluto realizzare una seconda stagione. Eppure, anni dopo, è tornata alla scrittura di quel piccolo gioiello che nel 2016 si era imposto come una delle novità più brillanti dell’anno. Il risultato è un blocco di sei episodi magnetico, esaltante, graffiante e ironico. Ecco quindi un nuovo tuffo nella confusa vita della protagonista, in continua analisi di sé e delle persone intorno a lei.

Phoebe Waller-Bridge (Crashing, Killing Eve) interpreta ancora una volta la protagonista della serie. Ritroviamo quindi la londinese Fleabag, ancora affetta da un cinismo autoimposto che le permette di non lasciarsi andare alla sofferenza per la morte della sua migliore amica. Gestisce con apparente serenità una caffetteria e ha un rapporto molto conflittuale con la sorella Claire (Sian Clifford). Questi sei episodi, che saranno anche gli ultimi della serie, raccontano in particolare la preparazione del matrimonio del padre (Bill Paterson) con una donna interpretata da Olivia Colman. Al tempo stesso, seguiamo l’infatuazione – forse qualcosa di più – della protagonista per un prete, interpretato da Andrew Scott.

La scrittura di Fleabag ha l’eleganza di una composizione musicale, e Phoebe Waller-Bridge ne è sia la direttrice d’orchestra che l’esecutrice. C’è il ritmo incalzante, esaltante, graffiante del primo episodio, interamente basato su una cena al ristorante; ci sono le vere esplosioni di scrittura politicamente scorretta negli scambi tra la protagonista e il prete; c’è un momento più intimo in cui ad un personaggio interpretato da Kristin Scott Thomas viene affidato quasi un monologo sul concetto di dolore femminile. In questo senso la serie è anche un manuale di regia, montaggio, scelte musicali. La scrittura accumula con naturalezza tutti questi cambi di ritmo: lo fa riportando quasi sempre tutto al punto di vista della protagonista, che sfonda la quarta parete e si rivolge direttamente a noi.

Ma questa idea di stile così marcata non deve trarre in inganno. Fleabag rimane una serie profondamente umana nella sue considerazioni e nei ritratti che ci racconta. Uno dei nuclei della trama stagionale riguarda proprio la distanza tra le due sorelle protagoniste, così diverse, eppure proprio grazie a questo capaci di essere sincere tra di loro come non lo sono con nessun altro. Claire, workaholic repressa sotto molti punti di vista, vive un rapporto di amore e odio con la sorella, di cui critica l’immaturità, ma di cui invidia la libertà e la mancanza di inibizioni. Al tempo stesso la protagonista sottolinea la rigidità eccessiva della sorella, ma ne invidia la stabilità di fondo.

Come uno scrigno apparentemente basilare, ma così complesso all’interno, Fleabag svela i suoi piani di lettura in modo sottile. Lo fa attraverso l’idea di manipolazione della realtà che la protagonista tenta di attuare commentando – solo per le nostre orecchie – ciò che le accade. Questo nient’altro è se non un tentativo di appropriarsi della propria esistenza, ridurla ad un giudizio spesso cinico per non lasciarsi trascinare dagli eventi, dalle emozioni. In questo senso c’è un segmento interessante che vede la protagonista andare in analisi, insieme a molti altri che la mettono inevitabilmente vicina ad un ambiente religioso.

Fleabag (personaggio) sfugge ad ogni inquadramento, ad ogni categoria, ad ogni legame. Si sbraccia, fa battute, fa a pezzi l’ipocrisia che la circonda. Eppure nemmeno lei potrà riuscire a sfuggire per sempre da se stessa. In una delle intuizioni più geniali della stagione, perfino l’idea la rottura della quarta parete viene messa in crisi in modi che non sveliamo. In conclusione, questa piccola grande storia in dodici puntate complessive ricade su se stessa, e ci svela il suo tema centrale. Fleabag è una storia d’amore in cui “l’altro” siamo noi stessi. Come nel recente Shrill, ma molto più ispirata, narra il difficile percorso nell’apprezzare il proprio sé, al di là delle barriere erette per non soffrire, per permettere a se stessi di essere amati.

Consigliati dalla redazione