Game of Thrones 8×05 “The Bells”: la recensione

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If you think this has a happy ending, you haven’t been paying attention…

Da molti anni a questa parte, ci viene ripetuto che, quando nasce un Targaryen, gli dei tirerebbero una moneta per decidere se questo sarà folle oppure no. Ciò, naturalmente, non è vero. Per come ce la racconta Game of Thrones, anche nel quinto – discutibile – episodio, la follia è una scelta. Troppo comodo sarebbe delegare le conseguenze di ogni decisione spaventosa e abominevole al capriccio degli dei. Esistono infiniti percorsi che ammettono egualmente la saggezza come la rabbia, la temperanza come la crudeltà. E che richiedono una responsabilità dietro quella scelta, anche per chi quelle storie è chiamato a scriverle. Apocalittico, spettacolare, frustrante e amarissimo, questo è The Bells.

Miguel Sapochnik torna per l’ultima volta a dirigere un episodio di Game of Thrones. The Bells, penultimo episodio della serie, non è tuttavia il corollario atteso a The Long Night, come si poteva immaginare alla vigilia. Non ne rappresenta una versione “diurna”, seppure per tutta la sua durata sia più spaventoso e oscuro. La battaglia contro gli Estranei aveva il privilegio di raccontare il proprio conflitto da una prospettiva più chiara, in cui il bene e il male erano rigidamente schierati. The Bells, che mostra l’assedio di Approdo del Re da parte della forze di Daenerys e Jon Snow, percorre un’altra strada. La guerra non come atto necessario e dovuto, eroico ed esaltante, ma come massacro indiscriminato e asfissiante.

Il preludio alla puntata vede l’esecuzione di Varys, colpevole di aver tramato ai danni di Daenerys. Tyrion e Jon sono toccati dal dubbio, ma non tanto da mettere in discussione la loro regina. Da una posizione di potere, Daenerys non concepisce la pietà per gli sconfitti, e ordina a Drogon di fare fuoco. Non lo sappiamo ancora, ma in questa parentesi iniziale c’è tutto l’episodio che andremo a vedere. Le forze combinate degli Stark e dei Targaryen cingono d’assedio la capitale. Ma è una lotta impari fin dal primo istante. La flotta di Euron Greyjoy viene distrutta in pochi minuti da Drogon, mai così inarrestabile. Gli scorpioni sulle mura, stavolta arricchiti da teste di leone, seguono la stessa sorte, ed esplodono tra le fiamme. La Compagnia Dorata è annientata senza difficoltà. L’esercito reale si arrende.

Per l’ennesima volta gli equilibri di forze si adattano alle esigenze della sceneggiatura. Dove la scorsa settimana Rhaegal veniva trafitto con semplicità dall’inarrestabile flotta di Euron, costringendo Daenerys ad una ritirata veloce, stavolta è tutto troppo semplice. Le difese della capitale crollano immediatamente, di fatto Daenerys conquista la città da sola, Cersei appare fin troppo inerte, lei che si è sempre aggrappata alla vita con ogni mezzo. Dimenticata la flotta di Yara, l’efficacia o meno degli scorpioni e la superiorità o inferiorità numerica degli eserciti, il peso specifico degli schieramenti perde di senso. Ogni personaggio è una scheggia che si muove alla cieca nel buio della battaglia, sempre manipolato dalla mano troppo veloce della scrittura.

The Bells è terra bruciata. Letteralmente, sui personaggi, sui loro percorsi, sui temi storici della serie.

Daenerys cede alla follia, dimentica ogni sentimento di pietà, massacra degli innocenti. “I do not have a gentle heart”, diceva a Jorah tanti anni fa. Tutto ciò che abbiamo visto in questa stagione prepara alla svolta nel personaggio, la perdita dei draghi, dei propri compagni più vicini, del proprio esercito, anche del proprio diritto a regnare. Ma è comunque difficile accettare una svolta così radicale in un personaggio che abbiamo seguito per otto stagioni. Daenerys è spesso stata spietata in passato, e ha ordinato delle punizioni esemplari, ma qui infierisce consapevolmente su degli innocenti.

Va riconosciuto a Game of Thrones il coraggio di provocare e smentire ancora una volta, a due passi dalla conclusione, i ruoli affermati di eroe e villain. Eppure Daenerys era già un simbolo di rottura delle convenzioni. Era lei a dover “spezzare la ruota” del potere, principale personaggio (femminile) in un mondo in cui tanti protagonisti sono riusciti a forgiare il proprio destino da soli, contro tutti i pronostici e i ruoli che la vita aveva loro assegnato. Eppure anche lei, come Cersei, al momento decisivo è solo un involucro svuotato di razionalità, puro istinto. Figlia di suo padre, certo, ma questo non importa. In otto stagioni Daenerys si è guadagnata il diritto, e il dovere, di essere giudicata come individuo, e non come semplice Targaryen. È passata attraverso consiglieri più o meno fidati, atti di crudeltà più o meno necessari, ma tutto ciò serviva a prepararla a decidere nel momento in cui si sarebbe trovata senza una “voce della coscienza”.

Quel momento è arrivato, e Daenerys ha deciso così.

Negli anni a venire, quando ripenseremo a questo episodio di Game of Thrones, lo ricorderemo come la puntata in cui Daenerys cede alla follia. Eppure il suo personaggio appare poco in scena, e parla anche meno. E non è l’unico. In effetti, a chi appartiene davvero questo episodio? Non certo a Jon, continuamente trascinato dagli eventi e incapace di parteciparvi. La sua dedizione nei confronti di Daenerys ha un senso, così come la sua rinuncia al potere, ma è un peccato che il suo unico grande atto nella stagione sia stato quello di svelare il proprio segreto.

Nemmeno a Tyrion, che da due stagioni prova ad influenzare le decisioni o i percorsi altrui, senza riuscirvi o commettendo errori. L’addio con Jaime, di cui entrambi sono consapevoli, è comunque uno dei momenti più emozionanti dell’episodio. Forse potrebbe essere un nuovo episodio di Arya, che giunge ad Approdo del Re per uccidere Cersei, ma anche lei si ferma sulla soglia e torna indietro, testimone come tanti dell’orrore della guerra. E Cersei? Lei stessa subisce tutto ciò che accade, sembra quasi distaccata. Lena Headey è straordinaria, si cala tra le fragilità del personaggio e ci chiede di provare pietà: il bello è che ci riesce. Una volta lasciata Brienne, Jaime sembra aver assolto al proprio compito come personaggio. Non c’è rabbia, né liberazione, né confronto, solo la morte.

In realtà l’episodio non appartiene davvero a nessuno. E ciò lo rende il più disumano mai visto nella serie. In una storia che è sempre stata trascinata dalle sue grandi individualità, The Bells è puro caos, puro orrore distruttivo, illogico e spaventoso come sempre è la guerra, almeno per chi la vive sulla propria pelle. Sapochnik (scrittura di Benioff e Weiss) ce lo racconta dal punto di vista della povera gente di Approdo del Re. Daenerys è inquadrata pochissimo, ma come detto questo episodio non esalta nessuno. Ciò che emerge è il furore nelle strade mentre divampano le fiamme, e c’è anche l’intuizione molto riuscita – ad un episodio dalla fine – di raccontarci la battaglia decisiva dal punto di vista di una donna senza nome di Approdo del Re.

Ci sono grandi idee di messa in scena e regia, come nel caso dello scontro fra i Clegane e la loro lotta iniziata e finita nel fuoco, o di Arya che fugge mentre il drago da lontano sta per calare sulla strada, o di Jaime che si aggira tra le segrete in cerca di un passaggio verso la luce che non c’è. Si realizza infine la visione avuta da Bran in The Lion and the Rose, con Drogon che vola sopra Approdo del Re e la cenere nella sala del trono.

Ancora una volta, tutto ciò che era riconducibile a schemi troppo semplici e riconoscibili è stato spazzato via. Questo non è affatto l’intreccio più soddisfacente che Benioff e Weiss avrebbero potuto concedere agli spettatori. Anzi, sembra esserci un certo gusto per la ricerca della frustrazione e del tradimento delle aspettative. Quale sarà l’eredità di questo episodio, che molto farà discutere e molto sarà odiato, lo potremo capire solo tornandoci a mente fredda, quando tutta la cenere si sarà posata.

Game of Thrones finisce la prossima settimana.

Per confrontarvi con altri appassionati della saga, vi segnaliamo la pagina Game of Thrones – Italy.

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