Game of Thrones finisce così, oltre la Barriera, dove tutto era iniziato otto anni fa. Dalla neve era nato e alla neve ritorna. E nel mezzo c’è tutto il resto, anche nell’ultimo episodio della serie, intitolato The Iron Throne. C’è il gioco del trono, il potere inteso come responsabilità e maledizione, la strenua lotta contro il destino, il tentativo di autodeterminarsi, le affermazioni assolute, il sacrificio finale e, talvolta, la speranza in un mondo migliore. La serie tv più importante degli ultimi dieci anni termina su una nota dolceamara, come era logico attendersi, a modo suo inevitabile, date le premesse. Il Trono di Spade si scioglie, la ruota non viene spezzata, una “bella storia”, come la definisce Tyrion, arriva alla conclusione.

Proprio Tyrion apre l’episodio. Cammina tra cenere e morte tra le mura di un Approdo del Re irriconoscibile, si cala nelle segrete della Fortezza Rossa, qui rinviene i cadaveri di Jaime e Cersei, piange lacrime di dolore. Tutta la facilità con cui si compiono i passaggi nella scena viene ripagata dall’impatto emotivo, in uno dei tanti momenti dell’episodio in cui Peter Dinklage emerge. Jon Snow non riesce a fermare l’esecuzione di alcuni prigionieri da parte di Verme Grigio, ormai disumanizzato. Arya freme di rabbia mentre assiste alla celebrazione della vittoria di fronte agli Immacolati e ai Dothraki.

Sospinta da un’inquadratura che gioca sulla prospettiva e le “dona” delle ali di drago, Daenerys compie anche visivamente la propria mutazione in regina delle ceneri. Si tratta dell’ennesimo cambiamento nel corso di una stagione che si apriva con la Madre dei Draghi innamorata e vestita di bianco. Stremata dalle perdite, dalle battaglie, dai torti subiti, Daenerys si presenta infine ai suoi uomini inesorabile e pacata, e proprio per questo terrificante. Qui Emilia Clarke pronuncia l’ultimo dei tanti discorsi del proprio personaggio, quello definitivo. Ma siamo ormai oltre la solitudine del tiranno, oltre il male necessario, oltre la rabbia incontrollabile. Il resto ha il passo di una tragedia inevitabile.

Come The Bells, anche The Iron Throne muove da un’affermazione forte sul senso delle rivoluzioni. Sul cambiamento feroce che strappa e rimuove, che non ammette compromessi, che spazza via un ordine per impiantarne uno nuovo. Sull’utopia di chi crede negli sconvolgimenti moderati. The Bells, frettoloso e scomposto nelle sue conclusioni e nella gestione del personaggio di Daenerys, rappresentava l’atto in sé, furioso e completamente calato nel suo momento. The Iron Throne invece è la riflessione tardiva, la presa di coscienza degli illusi, la lenta consapevolezza di chi era nel torto. Ma lo era davvero?

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The Bells e The Iron Throne restituiscono una fotografia spersonalizzata di Daenerys, così importante in questi due episodi, eppure mai davvero gratificata, lontana dalle azioni del proprio personaggio. Di tutti gli eroi caduti in otto stagioni, Daenerys è stata l’unica a soffrire un’accelerazione spropositata nei propri ostacoli, ad essere presa in contropiede dal destino anche quando aveva optato per scelte attente e giuste, ascoltando i propri consiglieri. Il personaggio ha scelto di assecondare la propria natura distruttiva, ma avrebbe meritato una migliore possibilità. L’episodio le concede solo un barlume di autocoscienza, quando si avvicina al trono per sfiorarlo – non riuscirà a sedersi – e intravediamo un senso di pietà per ciò che è diventata.

Il culmine narrativo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco arriverà di lì a breve, con Jon che esce dal conflitto insostenibile tra amore e dovere e la pugnala di fronte al trono. L’eroe riluttante e l’eroina che ha ceduto al lato oscuro si abbracciano per l’ultima volta, entrambi a modo loro offerti in sacrificio alla storia. C’è un segmento interessante nel dialogo tra Jon e Tyrion nel quale si ricorda che le azioni dei figli non sono determinate dai padri: il retaggio non forgia il percorso di un individuo. Lo stesso si potrebbe dire, tutto sommato, per i natali di Jon, che per anni erano stati il grande segreto da scoprire nell’intreccio del trono. Aegon Targaryen come Aemon Targaryen quindi (nell’episodio viene pure citato), un legittimo erede al Trono esiliato tra i Guardiani della Notte.

Anche in scelte di questo tipo, la serie si guarda dall’esterno, come molte volte ha fatto in questi sei episodi, e gioca sul senso di chiusura. La parte finale dell’episodio, e della serie, accumula una serie di variazioni emotive piccole e grandi. Si va dalla biografia di Jaime ad opera di Brienne all’addio di Jon agli Stark rimasti. C’è un discorso improvvisato di Tyrion, l’indipendenza del Nord, alcune frecciatine e battute, un’adorabile prima sessione del nuovo Concilio del Re. La battuta di Tyrion sulle belle storie, così come il riferimento di Sam alle “Cronache”, sono la firma in calce ad un epilogo che parla agli spettatori. In un grande discorso tra i sopravvissuti che chiude ed elabora sfacciatamente quanto accaduto per rilanciare un nuovo equilibrio, viene proclamato un nuovo re.

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La scelta ricade su Bran. Non la migliore scelta immaginabile, ma la migliore possibile considerate le premesse dell’episodio. Bran non è disinteressato al potere – quello è Jon – ma è semplicemente altro rispetto ad esso, un simbolo neutrale, oltre ciò che è giusto o ingiusto. Non è il re migliore per tempi normali, ma considerato il periodo di transizione vissuto dai Sei Regni andrà bene. Sansa deve regnare sul Nord, tutto il suo percorso nelle ultime stagioni conduce lì, e lei stessa (personaggio più maturo e consapevole della stagione, chi l’avrebbe detto) ha dimostrato di meritarselo. Arya esploratrice ai confini del mondo potrebbe sorprendere, ma anche qui funziona la scelta per lei dopo aver rifiutato Gendry e aver chiuso con la sua personale lista dell’odio. Per una persona che alla sua età ha già visto così tanto del mondo, andare in cerca dell’ignoto sembra la scelta più logica.

Jon. La sua sorte sembra una maledizione circolare, una pena ingiusta. Perché ci è presentata così. Ma è qualcosa che va al di là del contentino agli Immacolati, e che non dovrebbe essere giudicata solo in base a ciò. Jon non è stato l’eroe che doveva essere. Qualcosa che può essere letto su un doppio livello, di fallimento o della scrittura o del personaggio. Ma rimane l’obbligo di una punizione, di un’assunzione di responsabilità almeno per uno degli Stark, in una stagione che così tanto li ha coccolati. Per troppo tempo Jon è rimasto nelle retrovie, finché l’unico modo per riscattarsi rispetto ai propri errori è stato anche il più terribile. Preso atto di ciò, questo non è più un mondo in cui può recitare una parte, perché quella parte è morta tra le fiamme insieme al Trono bruciato da Drogon. Come per altri eroi classici o contemporanei, l’autoesilio dopo il fallimento è l’unica possibilità.

Qui finisce il Trono di Spade. Con tutte le sue imperfezioni, i percorsi interrotti, l’intreccio infine affrettato, le forzature improbabili. Con tutti i suoi pregi, i personaggi indimenticabili, una vicenda straordinaria, i miracoli produttivi, lo sforzo collettivo di chi da solo ha alzato una vera Barriera tra ciò che era arrivato prima e ciò che è arrivato dopo questa serie. Termina su un finale che già sbiadisce e ci riporta indietro, ad una serie di momenti congelati nel tempo, in un presente continuo in cui sempre gli Estranei scenderanno da nord, sempre le Casate si faranno la guerra per il Trono, sempre l’Inverno starà arrivando.

And now our watch has ended

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