A prima vista, Ramy è una serie che somiglia a molte altre che abbiamo visto negli ultimi anni: Master of None, Girls, Crashing, Atlanta. Progetti incentrati su esponenti della generazione Y allo sbando, sospesi in un mondo che cambia troppo rapidamente, uomini e donne ancora con la mente da ragazzi. La nuova serie di Hulu si inserisce nel solco di questo discorso generazionale, ma aggiunge un’interessante novità, lavorando sull’estrazione sociale del protagonista: egiziano per padre, palestinese per madre, americano per formazione, musulmano. Ne indaga le contraddizioni e i desideri con sguardo sincero e scrittura ispirata, e al tempo stesso racconta una galassia di personaggi, anche femminili, che ruotano intorno al protagonista.

Ramy è un ragazzo di ventisette anni, con tutte le caratteristiche di cui sopra. Come il protagonista di Master of None, è l’esponente ideale di una seconda generazione, figlia di emigrati giunti in America. Quindi la prima generazione di arabi-americani. Ciò ne fa un figlio della cultura di provenienza, a cui Ramy è sinceramente legato, ma anche del contesto nel quale è cresciuto. Come si conciliano questi due aspetti? Esiste una contraddizione insanabile, oppure un equilibrio è possibile? Questa è una delle domande che la serie di Hulu si pone, non necessariamente trovando un risposta.

Lo fa con una maturità di scrittura e approccio che raramente vediamo in una prima stagione. La serie creata, scritta e interpretata da Ramy Youssef accavalla con eleganza più piani di lettura, gioca fra dramma e ironia nella scrittura, sposta il punto di vista dal protagonista alla sorella Dena e poi alla madre Maysa, addirittura con due episodi speciali dedicati a loro. Da citare anche l’episodio migliore, intitolato Strawberry, ambientato durante l’infanzia del protagonista, o il doppio season finale che lo porterà a scoprire le proprie radici, da turista della sua stessa cultura.

La scrittura tratta senza filtri o moralismi eccessivi la materia religiosa, si cala tra i momenti di preghiera, le cene in famiglia, gli obblighi del Ramadan. Lo fa alternando a tutto ciò le sfortunate vicende professionali di Ramy, privo di punti di riferimenti, in continua “pausa di riflessione”. In ciò è davvero uguale alla maggior parte dei suoi coetanei.

Ma non si tratta mai di blocchi rigidamente separati rispetto alla crisi generazionale o al racconto di formazione. Anzi, tutte le intuizioni visive o narrative migliori lavorano proprio sul contrasto tra queste due sfere. Un discorso sul sesso prematrimoniale che contiene una battuta sulle carte dei Pokémon; un paragone, all’indomani dell’11 settembre, tra il senso di colpa per essere musulmani e quello per la scoperta della masturbazione; un viaggio a ritroso fino alle origini della propria famiglia, solo per scoprire che la compenetrazione tra le culture è ormai inevitabile.

A partire da un’intuizione fortissima, si esplora quindi lo slittamento di un’intera generazione che deve ripensare a se stessa, dal punto di vista individuale e di comunità, all’interno di una società già in aperta crisi. Ramy racconta con ironia la confusione esistenziale dei millennial con un pragmatismo e un’efficacia che raramente abbiamo visto in tv.

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