Ci sono sempre più spazi sul piccolo schermo per autori che vogliono raccontare la propria storia. Piccoli progetti autobiografici, in genere di breve durata, o almeno quel tanto che basta da giustificare la visione. Quest’anno, da esempio, ci sono già stati Pen15 di Hulu e Bonding di Netflix. Special, sempre su Netflix, è una di quelle storie. È tratta da un memoir scritto da Ryan O’Connell, che al progetto televisivo partecipa come creatore, sceneggiatore e protagonista principale, di fatto nei panni di se stesso. Jim Parsons, che è rimasto evidentemente colpito dal materiale originale, partecipa come produttore esecutivo.

La storia, sviluppata in otto episodi da circa un quarto d’ora, racconta la storia di un uomo che viene inquadrato tramite le sue due caratteristiche principali: è omosessuale, ed è disabile. Nessuna di queste due caratteristiche dovrebbe, in un mondo perfetto, limitare le possibilità di Ryan, ma è lui stesso con sincerità a mostrarsi vulnerabile ad entrambe. Lo troviamo cresciuto, ancora troppo dipendente dalla madre – che da parte sua non ne vuole sapere di lasciarlo andare – ma intenzionato a dare una svolta alla propria vita. Di questo parla la prima stagione di Special, del tentativo di Ryan di trovare non solo l’autonomia personale, ma anche quell’autostima che spesso gli è mancata nel corso della vita.

La storia ci racconta il suo lavoro come tirocinante, le bugie raccontate ai colleghi, la difficoltà nel trovarsi in una sorta di via di mezzo tra la completa autonomia e una forte disabilità. È difficile per Ryan essere se stesso, quando il mondo è pronto a giudicare, che sia tramite il disprezzo o una pietà del tutto fuori posto. La scrittura di O’Connell allora è apprezzabile perché è sincera, essa stessa non cerca pietà per il suo protagonista, ma solo quella comprensione che ad ogni persona dovrebbe essere dovuta. Il senso del titolo è anche quello: l’idea di specialità che ogni persona porta con sé al di là dei propri limiti.

Special si racconta così, senza presunzione né particolari picchi drammatici o rivelatori. Con una naturalezza e purezza di fondo sia che si parli della difficoltà di aprire delle buste di carta, sia che vengano mostrati dei rapporti sessuali. Quest’eccessiva pacatezza può essere anche il suo limite. È una serie che non fa dell’intreccio il suo punto forte, che non ha particolare interesse per i personaggi secondari, che non ha timore a lasciare spazio a una figura come quella della madre. In altri casi quest’ultima, Karen, interpretata da Jessica Hecht, sarebbe stata utilizzata come strumento per parlare solo di Ryan. Invece la serie costruisce per lei una storia parallela, non particolarmente interessante, ma che serve a mettere in luce il suo punto di vista sulla storia.

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