The Handmaid’s Tale non è mai stata una serie adatta a tutti i palati e se pure il nostro non intende essere un’affermazione presuntuosa, è innegabile che questo non sia il genere di show piacevole e leggiadro che non impegna troppo lo spettatore, che richiede un livello di attenzione minimo o semplicemente intrattiene divertendo. Il Racconto dell’Ancella è al contrario una storia impegnativa e che fa riflettere, che pecca sicuramente di lentezza, ma che difficilmente lascia indifferenti. Comunque la giudichiate è una serie che nel bene e nel male lascia il segno, a partire dalla sua premiatissima prima stagione, fino al seguito ideale di quello che è stato il testo a cui lo show si ispira, pubblicato nel 1985 da Margaret Atwood, la quale collabora tutt’ora alla sceneggiatura dello show.

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Un altro aspetto interessante di questa serie è che ad ogni stagione abbiamo aspettato al varco un calo fisiologico in termini di qualità della storia, come a prepararci psicologicamente all’idea che non fosse possibile mantenere intatto il profilo di pregio al quale siamo stati abituati ed ogni anno – con qualche eccezione – siamo stati smentiti e sebbene la seconda stagione sia stata nel complesso meno brillante della prima, The Handmaid’s Tale è ancora una serie incredibilmente rilevante.
A rendere possibile tutto ciò, è anche il fatto che più la serie va avanti nel raccontare il mondo distopico nel quale si svolge, maggiori sono le agghiaccianti corrispondenze con la realtà e considerata la brutalità di alcuni dei temi trattati, questo non è certamente un fatto rassicurante. Lo scorso anno, la messa in onda della seconda stagione, coincise per esempio con lo scandalo della separazione delle famiglie degli immigrati clandestini negli Stati Uniti, una questione tutt’ora non risolta, con i minori rinchiusi in gabbie e tenuti lontani dai propri genitori senza alcun riguardo per i più basilari diritti umani dei minori, quest’anno – con la preoccupante legge anti abortista promulgata in alcuni Stati del del paese come la Georgia, l’Alabama ed il Mississippi – vi ritroverete a scoprire nuove ed orribili similitudini tra la serie e la realtà, che non vi faranno dormire sonni tranquilli e che ancora una volta sottolineeranno il rapporto strettissimo tra questo show e la distorta idea di maternità alla base della politica di Gilead.
L’amore materno è infatti ciò da cui riparte la serie, quello grazie al quale la scorsa stagione si è conclusa con la decisione di June (Elisabeth Moss) di non fuggire dal regime assieme a Emily (Alexis Bledel), alla quale ha affidato la piccola Nichole, per non lasciarsi alle spalle la primogenita Hannah (Jordana Blake) e lo stesso che segnerà la ragione del cambiamento e dell’evoluzione di Serena Joy (Yvonne Strahovski), ma soprattutto ciò che è alla base di quelli che saranno i temi portanti di quest’anno: la speranza e la resistenza.

Dove infatti la serie ci aveva mostrato fino ad ora una forma di resistenza passiva da parte della protagonista, più atta a permetterle di sopravvivere in una realtà altrimenti inimmaginabile, che a dare inizio ad un vero e proprio cambiamento, la June di questa terza stagione vi apparirà come una donna spavalda e coraggiosa quasi fino all’incoscienza, che vi farà persino a volte mettere in dubbio i motivi per cui un regime totalitario come quello di Gilead non prenda con lei provvedimenti più seri, soprattutto ora che non è più protetta dalla sua gravidanza. Nonostante questo dubbio permanga nei tre episodi che abbiamo avuto la possibilità di vedere in anteprima, ciò che spicca nell’immediato rispetto agli scorsi anni è un cambiamento di toni evidente, dato soprattutto dal fatto che la protagonista uscirà finalmente dalle soffocanti mura della casa degli Waterford e si ritroverà con un nuovo padrone, in un ambiente completamente diverso da quello a cui eravamo abituati.

E mentre potremo continuare a osservare lo sviluppo di alcuni personaggio come Zia Lydia (Ann Dowd) ed Emily oltre naturalmente agli Waterford e a Nick (Max Minghella), entreranno anche in gioco nuove figure che avranno un ruolo predominante e porteranno una ventata d’aria fresca nella serie, seppure probabilmente non nell’accezione comune dell’espressione, considerati i temi trattati dallo show. In questo senso, uno dei personaggi più intriganti e affascinanti sarà infatti quello del Comandante Lawrence (Bradley Whitford), introdotto lo scorso anno come uno degli architetti della politica economica di Gilead, nonché uno dei politici più in vista del regime ed anche colui che ha organizzato la fuga di June ed Emily.
Joseph Lawrence resterà un rompicapo da risolvere per la maggior del tempo, qualcuno che pur non sembrando essere interessato ad alcuni degli aspetti più brutali della società in cui vive, ne è comunque un fautore e contribuisce a sostenerne alcuni dei basilari principi, chi sia quindi davvero e se ci si possa fidare di lui, sono solo alcuni degli interrogativi che continueranno a permeare la trama di questa stagione.

E proprio in merito al tema affrontato in questa terza stagione, qui di seguito trovate la breve descrizione dei primi tre episodi che abbiamo avuto modo di vedere in anteprima:

3×01 Night

Nella première della terza stagione June (Elisabeth Moss) si imbarca in una coraggiosa missione dalle inaspettate conseguenza. Emily (Alexis Bledel) e Nichole intraprendono un difficile viaggio e gli Waterford (Joseph Fiennes e Yvonne Strahovski) se la vedono con la decisione di Serena Joy di mandare via Nichole.

3×02 Mary and Martha

June aiuta le Marte con un compito pericoloso mentre cerca di instaurare una relazione con la sua nuova pia ed inaffidabile partner di passeggiata. Nel frattempo Emily e Luke (Alexis Bledel, O-T Fagbenle) hanno problemi a gestire la realtà che devono affrontare.

3×03 Watch Out

June assiste ad una riunione durante la quale rivede il Comandante Waterford (Joseph Fiennes) e Nick (Max Minghella). Serena Joy (Yvonne Strahovski) è ospite nella casa di sua madre e Lawrence (Bradley Whitford) insegna a June una dura lezione sulle difficili decisioni che deve prendere come Comandante.
La terza stagione di The Handmaid’s Tale, che fatica inizialmente a risollevarsi dall’atmosfera cupa ed oppressiva dello scorso anno, ci introduce però ad un benvenuto e necessario cambiamento e ad una netta trasformazione di ritmo, una rivoluzione, appunto, che non ritroviamo solo nelle scelte della protagonista di unirsi alla Resistenza, ma anche nella trama narrativa, che diventa più coraggiosa, sfacciata ed imprevedibile, trovando ampio margine di respiro nel nuovo ambiente in cui June può finalmente muoversi, dovendo imparare a chi accordare fiducia e da chi guardarsi.
Nonostante queste netta differenza, non ci si può aspettare tuttavia ingenuamente da una serie come The Handmaid’s Tale che si trasformi completamente in una sorta di film d’azione in cui lo spettatore si ritrova sul bordo del divano a tifare a pugni chiusi per il protagonista che corre verso l’agognata libertà (anche se vi ritroverete a fare esattamente questo in uno dei primi episodi della stagione), perché nel complesso lo show resterà un prodotto estremamente cupo ed intimista, in cui bisogna guadagnarsi la soddisfazione di una così detta scena d’azione con la stessa fatica di un uomo disperso nel deserto che cerca dell’acqua per combattere l’arsura. L’impronta narrativa che ha avuto fino ad ora la serie resterà quindi più o meno invariata, ma con il sollievo dato da un nuovo setting.
Ciò che continua a parlare a gran voce (ed in maniera purtroppo piuttosto preoccupante), è proprio quel raffronto con la realtà a cui facevamo cenno e che ha portato alla vera e propria formazione di un movimento di protesta mondiale che combatte per i diritti delle donne e che usa vestirsi proprio con i costumi delle Ancelle protagoniste dello show, divenuti nella realtà emblema dell’oppressione e simbolo di rivolta. E quando una cosa così prosaica come un prodotto televisivo ottiene un tale risultato, merita certamente di essere analizzato con rispetto e forse anche una certa riverenza. Anche se questo, nel complesso, non lo esime dagli stessi problemi a cui devono far fronte serie meno rispettate di questa, ci sono molti elementi che costituiscono il tessuto connettivo di The Handmaid’s Tale che continuano a renderla unica e che hanno saputo trasformare la disperazione della protagonista in qualcosa di proattivo, facendole trovare una voce che le era stata tolta e dando allo spettatore un senso di speranza e di certezza che, persino dalle situazioni peggiori, è possibile trovare una via di fuga e che ogni rivoluzione è cominciata con l’idea di un incosciente.

La terza stagione di The Handmaid’s Tale andrà in onda negli Stati Uniti a partire da mercoledì 5 giugno su Hulu, mentre in Italia sarà trasmessa da giovedì 6 giugno su TimVision.

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