La prima stagione di The Twilight Zone, serie classica del 1959, contava trentasei episodi da venti minuti ciascuno. Il reboot curato da Jordan Peele è composto da dieci episodi che variano tra i 45 minuti e un’ora. Si tratta di una differenza di approccio probabilmente inevitabile data la costruzione contemporanea delle serie tv, ma che ha una ricaduta sulla struttura stessa delle puntate e sui temi che queste trattano. Ciò che nella serie originale era una piccola perla capace, ogni tanto, di lanciare una provocazione su un tema sociale importante, qui diventa la grande affermazione ripetuta per il doppio del tempo. Point of Origin, si sarà capito, non fa differenza.

Protagonista è Ginnifer Goodwin, che interpreta una donna molto benestante di nome Eve Martin. La donna vive nella propria casa perfetta, ha due figlie gemelle, veste colori a tinta unica e molto sgargianti. Non si fa problemi a elargire piccole pillole di generosità a chi la circonda, come una donna delle pulizie di origine ispanica, che le chiede un favore all’inizio dell’episodio. Tutto cambia nel momento in cui Eve viene incarcerata perché, a quanto pare, violerebbe le regole sull’immigrazione. Essendo un episodio di Ai confini della realtà, non si tratta dell’immigrazione per come la intendiamo quotidianamente.

Come Replay, The Wunderkind, Not All Men, anche Point of Origin è un – troppo – lungo racconto imperniato su temi sociali. C’è l’idea di immedesimarsi nel diverso, in chi è meno fortunato, per il semplice motivo che ognuno di noi può diventare l’immigrato di qualcun altro. L’episodio passa da una prima fase di presentazione ad una più brutale, anche arricchita dai momenti più horror visti finora nella serie, fino allo scioglimento finale della vicenda. E c’è inevitabilmente qualcosa del Processo di Kafka nella burocrazia asfissiante, che non spiega se stessa, che stritola l’individuo, e che finirà per colpire proprio Eve.

Ginnifer Goodwin è brava a trasmettere con uno sguardo tutto il proprio personaggio, e a farne maturare paure e angosce nel corso della puntata. E così è un’ottima spalla per la vicenda Zabryna Guevara, che interpreta Anna Fuentes. Ma l’intreccio è piatto e ripetitivo, così come l’analisi della tematica della settimana. The Twilight Zone interpreta ancora una volta la propria lezione morale come contrappasso e punizione. Che è un modo chiaro e immediato per spiegarsi, ma che non basta a coinvolgere ed emozionare. Anche in questo intreccio infine tutto appare dovuto e fin troppo lineare.

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