Chi si approccia a Tuca & Bertie sperando di ritrovare la scrittura e le atmosfere di BoJack Horseman potrebbe rimanere deluso. La nuova serie animata di Netflix condivide con quella serie il nome della produttrice Lisa Hanawalt, che qui cura il progetto a tutto tondo. Quindi una simile ambientazione, un simile design, ma l’animazione qui è una componente stilistica che rimane svincolata dai temi e dall’approccio di fondo. E che cade come risultato finale in territori molto diversi rispetto alla serie di Raphael Bob-Waksberg. Il punto di riferimento maggiore è invece Broad City, e in generale tutta l’apprezzabile new wave di produzioni scritte da donne, per donne – e non solo – che rifiniscono con intelligenza i margini e i limiti della scrittura seriale.

Ci troviamo sempre in uno strano universo uguale al nostro, ma popolato da animali antropomorfi, esseri umani e addirittura vegetali, quest’ultima una novità rispetto a BoJack Horseman. Tuca e Bertie (Tiffany Haddish e Ali Wong) sono un tucano e un usignolo che vivono ad un piano di distanza nello stesso palazzo. Sono migliori amiche e hanno convissuto per anni, prima che Bertie andasse a vivere con il suo ragazzo. Tuca vive alla giornata, è esuberante, estroversa, con la testa per aria, abbastanza immatura. Bertie è l’esatto opposto: timida, pacata, attenta sul lavoro, molto ansiosa. La serie racconta le loro vicende personali e professionali.

Tuca & Bertie non è ambientato nello stesso universo di BoJack Horseman, ma potrebbe esserlo. C’è lo stesso gusto smaccato per la parodia della contemporaneità filtrata attraverso l’assurdità di avere degli animali per protagonisti. Non mancano le gag basate sui giochi di parole, sulla follia di base dietro questo mondo, sul modo in cui alcuni comportamenti animali si conciliano con quelli umanoidi. Ma dietro tutto ciò esiste un’impronta autoriale molto forte che rende Tuca & Bertie immediatamente riconoscibile di per sé.

In un’intervista, Lisa Hanawalt ha dichiarato di voler sorprendere gli uomini che vedranno la serie, mettendoli di fronte a comportamenti femminili “volgari” o disgustosi. D’altra parte, non c’è nemmeno l’intenzione di cavalcare il facile consenso da parte del pubblico femminile. La serie non è mai conciliante o indulgente con le sue due protagoniste. Che spesso sono immature, irresponsabili, antipatiche, ma che, anche a fronte di tutto questo, rimangono profondamente “umane”. Appunto, un’ideale versione animata di Broad City, con Bertie a riprendere le caratteristiche di Abbi, e Tuca molto somigliante a Ilana.

Nel giro di pochi episodi emerge la sincerità di fondo del progetto, che non raggiunge le vette della scrittura brillante di BoJack Horseman, ma che sa come raccontare la profondità dei suoi personaggi. Nel gioco della parodia emergono infatti traumi, sentimenti repressi, paure del tutto condivisibili. E c’è anche spazio per parlare di molestie e discriminazione con un taglio intelligente. Quanto allo stile dell’animazione, il design familiare lascia il posto a qualche sperimentazione in più: scritte in sovrimpressione, fantasie che prendono forma, animazione in claymation, uno stile più frenetico.