Abbandonarsi alla tecnologia, senza certezze, senza barriere, senza limiti. Abbandonarsi a codici, morali, culturali e linguistici, che sono altro rispetto a ciò che è accettato come la norma. Questo è il fascino e la condanna della tecnologia per come ce la racconta da anni Black Mirror. Poter essere la peggiore versione di se stessi, o forse solo una versione più sincera e libera da costrizioni. Allora, per una volta, quella prigione tecnologica potrebbe essere strumento di autoanalisi. Striking Vipers è una storia di tradimento e liberazione in cui lo strumento tecnologico – che in questo caso afferisce alla sfera dei videogiochi – è il filtro che costruisce nuovi linguaggi per elaborare conflitti già esistenti.

Danny e Carl (Anthony Mackie e Yahya Abdul-Mateen II) sono due amici del college che si ritrovano dopo anni. Il primo è felicemente sposato, il secondo preferisce godersi ancora la vita da scapolo. Striking Vipers, che dà il titolo all’episodio, è un videogioco picchiaduro al quale i due dedicano delle sessioni in notturna tramite una particolare tecnologia VR. Tuttavia la condivisione dell’esperienza li porta su un terreno imprevedibile. Alla loro stretta amicizia si aggiungono delle pulsioni sessuali che i due non riescono e non vogliono negare, e a cui danno libero sfogo nel videogioco.

In Playtest, l’altro episodio di Black Mirror a tema videogiochi (escluso Bandersnatch), il discorso tecnologico era molto più marcato e importante. Perché costituiva la base dell’esperienza particolare e orrorifica vissuta dal protagonista. Qui invece l’ambiente virtuale è una semplice trasposizione di conflitti e pulsioni che già esistono nella mente dei protagonisti. Danny e Carl evidentemente provano già quel tipo di pulsione l’uno verso l’altro, ma non riescono ad elaborarla perché non ne hanno gli strumenti, o le capacità, o la possibilità. C’è molto di non detto nel loro rapporto, nel breve flashback di inizio episodio, nelle mani tese al posto di un abbraccio. Striking Vipers arriva in tutto questo, e offre un’alternativa.

Sarebbe molto semplice dare come lettura quella di un’omosessualità (o bisessualità) negata, ma non è esattamente così. Basterebbe il semplice fatto che i due avatar scelti non sono due uomini, ma un uomo e una donna (Ludi Lin e Pom Klementieff). Danny e Carl sono attratti l’un l’altro in quanto individui, in funzione della loro profonda sintonia. E il videogioco non è nemmeno l’ambiente sicuro in cui sfogarsi senza timore di essere scoperti: dal vivo non riuscirebbero ad avere un rapporto sessuale, come spiega un confronto verso la fine dell’episodio.

Allora la migliore lettura dell’episodio – oltre ad un finale che prende posizione – ce la offre il punto di vista della moglie di Danny (interpretata da Nicole Beharie). Anche lei a modo suo vive il passaggio del tempo, i cambiamenti del proprio corpo, il timore di non essere più desiderata. Infine, accordando al marito una “serata libera” all’anno, anche lei si concede la possibilità di essere un’altra persona per una sola notte. Il giorno seguente, ci dice l’episodio, saranno entrambi più sereni. Se in La neve se ne frega i rapporti extraconiugali erano obblighi sociali per mantenere salda la coppia, per Black Mirror sono una scelta individuale.

L’episodio è stato diretto da Owen Harris (Be Right Back, San Junipero), mentre l’estetica dell’esperienza virtuale si rifà ad un generico picchiaduro. Certo, meglio non interrogarsi troppo sul senso di un videogioco ideato per picchiarsi e nel quale probabilmente molte persone finirebbero per fare altro. Colpisce infine la presenza di un orso polare come personaggio selezionabile, probabilmente un omaggio a Kuma della serie Tekken.

Consigliati dalla redazione