In un mondo in cui sembra già essere stato detto tutto, Black Mirror può continuare ad esistere solo con la forza delle proprie storie. I temi, sì, quelli sono importanti, ma in fondo la serie di Charlie Brooker non è mai stata “sottile”, e per ogni considerazione di tipo etico c’è sempre stato un bel personaggio da seguire, con il quale empatizzare. Smithereens ad esempio si discosta pochissimo dalla nostra realtà. Il tema fantascientifico è solo una carezza, la piccola variazione di un mondo che è identico alla nostra contemporaneità. La storia è semplice, anche molto prevedibile nelle sue considerazioni, ma questa vicenda riesce a coinvolgere e appassionare sinceramente dal punto di vista umano.

Protagonista è un autista di car sharing di nome Chris (Andrew Scott). L’uomo rapisce un dipendente della Smithereens, un colosso dei social media. La sua richiesta è quella di parlare con il presidente della compagnia, Billy Bauer (Topher Grace). Si tratta di un nome che era stato citato in Bandersnatch, in una delle scritte che scorrevano sotto i servizi di UK News e in cui si parlava di una presunta interferenza legata a bot russi. Qui non ci sono bot russi, ma la crisi è più immediata e percepibile.

In un primo momento Smitheerens potrebbe apparire come una variazione sui temi già trattati da Black Mirror in The National Anthem. Cioè un evento tragico che viene filtrato e influenzato dalla discussione social, la comunicazione che manipola la vicenda stessa per il solo fatto di raccontarla. Tutto ciò è presente, ma è anche caratterizzato dal fatto che il controllore della comunicazione è uno dei partecipanti alla vicenda. La Smithereens – variazione su Facebook o Twitter – esiste quasi come personaggio, incarnato di volta in volta nel suo presidente, nel suo dirigente, nel suo responsabile delle risorse umane, nel suo stagista, e ovviamente negli utenti.

C’è un discorso sulla privacy nemmeno troppo celato. Questo emerge nel confronto tra le forze dell’ordine ancorate a metodi vecchi (un mediatore cacciato via perché il suo gioco è subito riconoscibile) e l’azienda che ottiene qualunque informazione con un click. Certo sarà più efficace e veloce, ma il prezzo da pagare in termini di dati personali è evidente. Brooker azzecca tutto nel racconto tangenziale delle dinamiche social. Dalla struttura inattaccabile e al di fuori di qualunque controllo – quasi un organismo parallelo rispetto ai funzionari pubblici, che siano i poliziotti o l’FBI – al ritratto esagerato del creatore. Un santone quasi in ritiro spirituale, capace di entrare in “modalità Dio”, ma infine solo un essere umano fagocitato dalla sua stessa creazione.

Andrew Scott tiene sulle spalle un racconto drammatico che ha molto più peso della sua prevedibilità, o del suo semplice (ma giusto) insegnamento. Il rapporto tra Chris e l’ostaggio cresce ad ogni scena, al pari del suo peso drammatico della storia. I temi di Black Mirror sono lì, ma passano in secondo piano rispetto ad una storia che vogliamo seguire: una lezione che The Twilight Zone quest’anno ha spesso dimenticato. Diretto da James Hawes (Hated in the Nation) Smithereens è infine una storia semplice, ma ben raccontata e con un bel personaggio col quale empatizzare.