Nell’identificazione inevitabile tra Miley Cyrus e la popstar che interpreta in Rachel, Jack and Ashley, Too c’è tutta l’idea di un Black Mirror che quest’anno, più del solito, diventa un evento. Meno legato agli exploit paranoici di episodi cupi, ma capace di giocare maggiormente su toni e storie più leggere. Quindi tre episodi al posto di sei, puntate più lunghe, volti più riconoscibili (negli altri episodi Anthony Mackie e Andrew Scott). Miley Cyrus allora è la stella che brilla in questa puntata: continuamente dentro e fuori dal proprio personaggio, dentro e fuori dall’icona pop che è nella realtà. Qualcosa che crea un corto circuito molto interessante e che dà il senso alla puntata.

Rachel (Angourie Rice) è un’adolescente un po’ insicura. È una grande fan della popstar Ashley (Miley Cyrus), per lei un vero punto di riferimento, soprattutto a causa della morte della madre e del rapporto conflittuale con la sorella Jack (Madison Davenport). La vita della vera Ashley non è tuttavia così serena come potrebbe apparire. In pubblico lancia generici messaggi sulla fiducia in se stessi, in privato soffre un forte stress, provocato dalle pressioni della zia, che è anche sua manager. I destini di questi personaggi si incontreranno, favoriti dal lancio sul mercato del robottino Ashley Too, modellato sulla caratterizzazione della vera Ashley.

C’è un momento, nel concitato finale dell’episodio, in cui guardandoci indietro penseremo di aver visto un perfetto soggetto per un film per ragazzi degli anni ’80. C’è la crisi familiare e il non detto tra persone che si vogliono bene. E in tutto questo si inserisce l’artefatto fantascientifico che inizialmente si presenta in un modo e poi svela la sua vera natura straordinaria. E quindi l’avventura che prende il sopravvento sulla storia, i ragazzi che possono sconfiggere il crudele mondo degli adulti, perfino il mito (come può essere il personaggio di Miley Cyrus per i suoi fan) che arriva a portata di mano.

C’è uno slittamento visibile tra una prima parte dell’episodio che potrebbe raccontare diverse forme di paranoia e ossessione e la seconda parte molto più scanzonata e liberatoria. In altri tempi, Black Mirror avrebbe proiettato su destini disastrosi tanto la fan avulsa dalla realtà quanto la sua cantante consumata dal proprio ruolo costruito a tavolino. Qui invece c’è una palpabile serenità nel racconto del finale, in cui più le sfide per le due saranno esagerate, più saremo tranquilli nel sapere che in qualche modo ce la faranno. Ora, tutto questo come si concilia con il tradizionale Black Mirror? In realtà molto bene.

I temi sono sempre lì, e sono quelli classici della serie. C’è la retorica dei sogni (Fifteen Million Merits) e c’è l’idea di coscienza duplicata che assume una propria individualità (USS Callister). L’idea di utilizzare una popstar riconoscibilissima ha già pagato di recente in altri contesti con Lady Gaga, e qui c’è un’operazione simile. La regia di Anne Sewitzky manipola come possibile il volto della cantante, appunto in un costante corto circuito che tiene sempre viva l’attenzione. Miley Cyrus e quindi Ashley come icona, personaggio, attrice, doppiatrice, simulacro, perfetto oggetto per il marketing, ma anche artista e ragazza fragile. Perfino con qualche accenno autobiografico nel passaggio di carriera da Hannah Montana a oggi.

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