La scelta più banale, più classica e più facile nel momento in cui ci si propone di ricostruire un evento vero, noto e drammatico come quello dell’incidente di Chernobyl sarebbe stato di cominciare qualche settimana prima, mostrare le vite di quelle che poi saranno le vittime, individuare qualche personaggio chiave, farci empatizzare con il suo privato e poi lentamente condurci verso l’incidente attraverso una serie di segni premonitori forzatissimi accoppiati ad oscuri presagi nel cielo.
Chernobyl, la miniserie HBO in 5 puntate in onda da ieri sera su Sky Atlantic ogni lunedì, invece inizia con l’incidente stesso (se si esclude un piccolo prologo ambientato due anni dopo i fatti), lo vediamo da lontanissimo, da una casa a più di 3 Km. Un bagliore nella notte e un’onda d’urto. Poi siamo dentro la centrale, tutto è già successo e già siamo immersi nell’atmosfera del racconto. Non importa davvero come sia successo, la cosa che importa è la morte e la reazione delle persone ad essa.

Quell’atmosfera lì è il punto di tutto. Nonostante la ricostruzione voglia essere molto fedele, precisa e aderente alla versione più accreditata riguardo cosa sia accaduto (i russi più conservatori ne hanno un’altra, molto diversa che coinvolge spie americane che sarebbero responsabili di sabotaggio), fin dall’inizio la serie dispiega un inquietante senso d’ossessione e incombenza. È come se ci fosse qualcun altro lì, in quella centrale appena devastata da un’esplosione di cui nessuno ha ancora capito la portata, la ragione e la reale entità. Come se ci fosse un mostro, uno di quelli da film di mostri, liberato, selvaggio, affamato e in attesa di mietere vittime.
C’è in ogni scena come una coperta di sottile paura che non ha a che vedere con la tensione di un incidente ma semmai con lo spaventoso spettacolo della morte al lavoro.

Fin da questa prima puntata si capisce che questo è quello che racconta Chernobyl, lo sgomento di fronte alla morte al lavoro. Le radiazioni sono un male invisibile e come una maledizione, un mostro o un alieno distruggono gli uomini, li contaminano per sempre, li violentano sulla pelle, li fanno vomitare. Non si vede, non si capisce, non si sa dove e quante siano ma sono lì. Noi, con il nostro senno di poi, lo sappiamo bene e la serie ci gioca molto con la nostra consapevolezza dei rischi che i dirigenti come anche i residenti non vedono.
Nella centrale funzionari e burocrati faticano a rendersene conto, arrivano i primi dispacci dal luogo dell’esplosione ma tutto sembra troppo assurdo per essere vero. Nessuno si rassegna alla gravità dell’incidente, tutti minimizzano, intanto la gente muore, si muove nella centrale invece di fuggire, impugna grafite non sapendo che perderà una mano per quello.

Chernobyl è scritta e ideata da Craig Mazin (con un funambolico salto mortale dopo una carriera nelle commedie demenziali americane) e diretta da Johan Renck, videoartista e regista di videoclip che si capisce subito avere una propria agenda. Renck invece di accompagnare la sceneggiatura e impostare bene ogni scena come fanno i registi di serie, di fatto scrive sopra alla sceneggiatura di Mazin con le sue immagini. Chernobyl possiede un livello di sofisticazione visiva impensabile anche solo 3 o 4 anni fa per una serie, non è una produzione rapida come avviene spesso per le serie ma è concepita per parlare tanto con le immagini quanto con i dialoghi e le immagini non sempre dicono la stessa cosa. Sembra di assistere ad un film di fantascienza a giudicare dai colori e dalle luci.
Renck posiziona ogni puntata precisamente a metà tra la realtà e la sua deformazione utile al racconto. Ed così preciso da centrare l’essenza dell’arte del racconto: narrare qualcosa con il contenuto nascondendo altre affermazioni nella forma, significati che si schiudono solo una volta entrati nella testa di chi guarda.

Quel secondo livello in Chernobyl parla di paura, inganno, del mistero della scienza e dell’impotenza umana, della piccolezza del potere e del terrore della catena di comando. Mettono paura i burocrati con il loro potere e le loro logiche tese a preservare se stessi dalle terribili punizioni.
Mentre cominciamo a capire chi siano i protagonisti e assistiamo a questa notte di mancata prevenzione e reazioni folli (con il senno di poi), è chiaro che uno spettro aleggi su tutto come radiazioni. La storia di Chernobyl è chiaramente la storia di un regime che non ammette scampo, che è pronto a sacrificare tutto, che non ha troppa considerazione della vita umana e che ragiona in modi disumani.
Sembra fantascienza ma erano gli anni ‘80 in Europa. Sembra ci sia un mostro ma sono le vere radiazioni ancora presenti sul territorio. Sembra una buona serie tv, scritta bene, e invece è un prodotto di videoarte mascherato da serie, che usa molte tecniche del cinema per creare un’atmosfera impossibile per un film e perfetta invece per un prodotto seriale.

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