Dopo le prime fulminanti ore dallo scoppio del nucleo della centrale di Chernobyl la miniserie HBO inizia davvero con la seconda puntata.
Nel primo episodio abbiamo visto la morte al lavoro, la violenza invisibile di un mostro che esiste davvero e che non possiamo vedere. Nel secondo viene preparato il disastro che può ancora arrivare e che sappiamo essere stato scampato, in questo senso è questo il vero primo episodio, quello che imposta personaggi, ruoli, dinamiche di forza e introduce tutto quello che dobbiamo sapere della storia, incluso un altro personaggio, lontano dagli eventi ma in grado di capire tutto. La prima puntata è come una forsennata sequenza d’azione introduttiva, una overture che chiama il pubblico, lo fa sedere e lo convince a vedere il resto. La seconda inizia il racconto.

Chernobyl (la serie) come la maggior parte delle serie tv di maggiore successo e più innovative degli ultimi 20 anni, racconta in realtà il potere, in questo caso la sua versione meno personale e più invisibile, burocratica e onnipresente, il potere che non ha una faccia né un’intenzione precisa ma incombe su tutto ed è ovunque. Per questa ragione non mette in scena cosa abbia portato all’incidente ma preferisce raccontare il seguito, come siano state messe toppe, chi abbia fatto cosa per evitare il peggio e come siano state assegnate le colpe. Tutto il secondo episodio è dedicato a dare un’idea delle proporzioni dell’incidente. Tramite ciò che è necessario fare per fermare il peggio e assieme a Boris Shcherbina (novellino del mondo della fisica in cui immedesimarsi mentre Legasov, lo scienziato, gli mostra e spiega tutto) lentamente cominciamo ad intuire la portata dell’evento.

Finalmente si comincia a capire di più della scrittura e delle finalità della serie di Craig Mazin. E non è il massimo.
Chernobyl anche nel secondo episodio rimane pazzesca, conferma tutto quello che può essere confermato dal punto di vista visivo e delle capacità che ha di ribaltare le aspettative e creare un secondo livello di lettura solo con le immagini. La scrittura invece non è eccezionale, si tiene su un livello ordinario dimostrandosi a tratti anche un po’ goffa nello svelare i propri intenti. Diventa infatti subito evidente (e con una certa sfacciataggine) come gli eventi degli anni ‘80 siano usati per raccontare qualcosa di più moderno come la crisi della competenza.

Burocrati con il potere che pensano che il loro parere conti più di quello degli scienziati e che non danno valore alle competenze individuali rispondono in maniere non diverse da come vediamo avvenire su Twitter. Sian o no atteggiamenti reali (un fondo di verità è ipotizzabile) tutto è scritto per gridare in faccia allo spettatore la propria attualità. Ma non solo, la puntata ha anche delle forzature retoriche che ricalcano lo svolgimento delle sceneggiature usuali, scollando il racconto dalla sua forza cioè la matrice reale.

Tutto ciò, che altrove sarebbe l‘imputato principale del disastro, qui è solo un dettaglio minore, un granello stonato in una clessidra che scorre liscia. Il racconto ha un ritmo indemoniato (dissimulato alla grande da quello che sembra un passo lento) che non gli viene come al solito da un montaggio folle o da eventi serrati, ma è figlio dalla forza della sua gravitas, dal peso dell’evento e dalle sue proporzioni di cui lo spettatore a lungo fatica a comprendere la grandezza. Come nella parodistica sequenza iniziale di Balle Spaziali, ci mettiamo due puntate a vedere “tutta l’astronave”, a comprendere la grandezza mentre si dipana davanti a noi, e questo crea ritmo. È questa la parte migliore della sceneggiatura: lo scienziato Legasov è il primo a preoccuparsi quando tutti sono tranquilli ed il primo ad essere fermo e risoluto quando tutti gli altri capiscono e iniziano a preoccuparsi.

Curiosamente esattamente ciò che svilisce la scrittura (l’esigenza di somigliare troppo ad un film nei dialoghi e nelle svolte) è anche quel che arricchisce la messa in scena. Più Chernobyl sfocia nel genere più sembra essere capace di raccontare la verità dietro i suoi uomini e i loro meccanismi. La serie slitta di continuo dalla cronaca dell’evento reale al genere in un modo così invisibile che non lo percepiamo. Lo vediamo con lampante chiarezza nel finale dell’episodio, in cui sappiamo che le persone inviate in missione moriranno ma lo stesso la serie è capace di creare una grande tensione tramite l’uso del rumore anempatico (un suono che sembra impermeabile alla tensione della scena), replicando i punti di forza della famosa sequenza del condotto di aerazione di Alien. In quel momento ci troviamo in Alien quando un secondo prima eravamo in un racconto molto realistico e non ci siamo accorti di quando ci sia stato lo slittamento .

Visto il realismo della messa in scena e la moderazione della grammatica visiva (luci, immagini e montaggio), l’impressione è sempre di trovarsi in un mondo che sappiamo essere vero, che ci viene mostrato con una relativa impressione di realismo e uno score dall’enfasi quieta ma questi stessi elementi riescono a farlo sconfinare con molto garbo e grazia di volta in volta nel thriller, nell’horror o nella fantascienza, per poi uscirne altrettanto graziosamente, lasciando che lo spettatore se ne renda conto solo quando è già successo.
Questo ping pong tra l’impressione di realismo e le situazioni prelevate di peso dai generi del cinema, assieme alla maniera fluida e invisibile con cui passa dagli uni agli altri, sono la cifra unica che Chernobyl porta con sé, la novità che ci stupisce, l’abilità che ci conquista e dà al racconto di un fatto eccezionale una profondità cinematografica da grande epopea.

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