Cosa ne è di chi è stato esposto alle radiazioni?

Questo è quello che racconta il terzo episodio di Chernobyl mentre manda avanti la trama principale mettendo sulle spalle dei minatori un ulteriore carico di lavoro sporco. In questo microcosmo del regime sovietico messo in scena dagli americani (e britannici) a partire da fatti veri, il popolo è la vittima di tutto. Non che le autorità siano immuni dalle radiazioni, anzi ci è stato detto chiaramente che i due membri dell’élite più protagonisti degli altri moriranno per il veleno cui sono esposti e così i funzionari della centrale. E lo sanno. Tuttavia l’eroe-massa del cinema sovietico (personaggi anonimi, parte di un popolo mai approfondito realmente perché “uomini come altri” e importanti solo tutti insieme, mai singolarmente) sono carne da macello. Avviene per i pompieri nel primo episodio, per i tre uomini sacrificati scelti tra i lavoratori della centrale (là dove la scienza non li convince arriva la retorica politico-ideologica) nel secondo e qui per i minatori.

Gli stessi personaggi che il cinema sovietico avrebbe esaltato, in questa serie vengono messi sotto dal sistema. Sono eroi, a loro modo, perché quasi tutti affrontano la morte consapevoli sia che arriverà, sia che il loro sarà un sacrificio utile agli altri, ma l’impressione è sempre che siano gestiti ad ampie manciate, come fagioli presi e messi in padella, come buste di piselli a bollire. Di uomini la storia di Chernobyl non ha scarsità e li usa come la sabbia, per mettere una pezza.
Si distingue il pompiere che seguiamo come fosse la bambina con il cappottino rosso di Schindler’s List. Lui e sua moglie (incinta!) aprono la prima puntata della serie e da lì seguiamo il loro destino fino (qui) alla morte di lui. Nemmeno loro, nonostante il tempo speso a guardarli, sono approfonditi. Cosa sognavano? Cosa desideravano per sé? Che problemi avevano? Che carattere avevano? Sono un granello di un pugno di sabbia.

Chernobyl è insomma sempre più una serie sulla Russia sovietica ma realizzata da americani (e britannici). Ne ha pregi e difetti.
Perché a fronte della meticolosa ricostruzione e del palese desiderio di muovere molti personaggi all’insegna di uno spirito del popolo russo (vero o presunto da un occhio straniero), Chernobyl va così vicina alla realtà da piazzarsi nella vallata dell’incredulità. Si definisce così il fatto che più si rappresenta qualcosa in maniera realistica, più cioè ci si avvicina alla sua perfetta replica, più in realtà è facile notare le differenze tra quella copia e la versione reale. Un disegno stilizzato e caricaturale può sembrare molto somigliante, uno che tenta di replicare perfettamente una fotografia, se sbagliato anche di poco, suona completamente diverso. Così è Chernobyl: tenta di replicare il vero e come esce dal seminato suona falso.

I suoi personaggi hanno spesso un comportamento dai tratti da ribelli e arroganti che suona poco sovietico o comunque cozza con il resto dell’incombere di ignoranza e disumanità di un potere atomizzato, che è ovunque e da nessuna parte, di cui ogni burocrate è un po’ interprete ma mai davvero responsabile. Chiunque può imporre qualcosa di ingiusto ma sempre contribuendo solo un po’ ad un ordine superiore. Una catena di montaggio degli ordini in cui ogni anello ignora il prodotto finito, è rassegnato a non conoscerlo e ha imparato a fare la sua parte per sopravvivere.
Ecco in un simile panorama fatto di paura e ignoranza le piccole alzate di testa di personaggi carismatici da cinema hollywoodiano fanno sorridere e svelano la mano dietro l’artificio.

Non che questo rovini il godimento di una serie che si conferma messa in scena così bene da innalzare una buona scrittura (ma di certo non eccezionale). Anzi questo aiuta a prendere una distanza da documentarismo e ad avvicinare (grazie a Dio!) al finzionale. Aiuta a raggiungere quell’idea, sempre più pressante e sempre più pervasiva a mano a mano che la serie si avvicina al finale, che il clamoroso fallimento scientifico che fu Chernobyl è qui usato per celebrare proprio la forza della scienza contro l’ignoranza del potere e la sua arrogante voglia di affermare se stessa.
È un colpo controbalzo estremamente intelligente proprio perché controintuitivo. Mentre Chernobyl racconta tutte le conseguenze di una fallimento di pianificazione e progettazione che rischia di essere ancora peggiore di quello che è stato, non fa che rafforzare la fiducia nell’unica vera salvezza per tutti quanti: la conoscenza, la mentalità scientifica, la preparazione e la competenza.

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