Dark ha un modo tutto suo di raccontare il tempo come fosse un elemento naturale, una forza brutale che gli uomini cercano invano di imbrigliare. Tutti coloro che si cimentano in questa impresa sono destinati a fallire, perché la loro sconfitta è già scritta nel tempo, è già avvenuta. Come dice Dr. Manhattan: “è sempre stato, e sarà sempre… troppo tardi”. Anche nella seconda stagione la serie Netflix tedesca si conferma un prodotto ostico e inafferrabile in ogni sua parte. Fedele a se stesso e al suo stile, ancora più coraggioso qui nell’espandere l’intreccio del tempo a nuove epoche. Tutto ciò che si può chiedere a Dark è di meritarsi lo sforzo necessario a vederlo: anche stavolta la risposta è positiva.

Ridurre la storia della stagione ad un riassunto breve e comprensibile è un tentativo da abbandonare in partenza. Non si può fare. Diciamo solo che ripartiamo da Jonas, ancora intrappolato nel disastrato 2052 in seguito al suo ultimo viaggio nel tempo. Qui si scopre che un’Apocalisse sta per scatenarsi “entro pochi giorni” nel 2020, e Jonas – tanto nella sua versione giovane che in quella adulta – fa di tutto per impedirla. Inizia un vagabondaggio senza respiro e senza sosta, suo e di decine di altri personaggi, attraverso epoche, luoghi, scoperte, fatti di sangue. Le sorti delle quattro famiglie protagoniste tornano a incrociarsi all’ombra di quella centrale nucleare che sarà, che è, o che è stata la fonte dei misteri di Winden.

La storia di Dark non si emancipa nemmeno per un istante dall’espediente del viaggio nel tempo. In altre opere questo è il motore che permette di creare una situazione da cui poi ci si può staccare per raccontare altro. Qui invece il viaggio nel tempo è l’origine di tutto e l’obiettivo finale, lo strumento e l’arma, la speranza e la maledizione. Soprattutto quest’ultima. Jonas, Ulrich, Helge, Mikkel sono tutti vittime della loro esperienza di viaggiatori nel tempo. Qui la premessa fantascientifica non è un mezzo per vivere avventure dalle quali magari apprendere una lezione, è solo un marchio e una prigione dai quali è impossibile liberarsi.

Questi otto episodi non concedono un attimo di respiro allo spettatore. Come nella prima stagione, si tratta di un flusso ininterrotto di situazioni che si incastrano l’una nell’altra, una valanga che talvolta procede a ritroso lungo il costone della montagna, ma sempre travolge chi si trova sul suo cammino. Il ritmo degli episodi accompagna gli eventi con il ritorno di quel montaggio che accosta le versioni giovani, adulte e anziane dei personaggi, che connette un dialogo su un personaggio in un epoca e quello stesso personaggio magari in un’epoca diversa. E si parla di concetti che risultano spesso inafferrabili. Non solo situazioni e segreti impossibili da capire, ma dialoghi sul tempo come forza quasi sovrannaturale.

Tutto questo ha delle conseguenze sulla caratterizzazione dei personaggi, che valgono poco di per sé e quindi sono ancora meno riconoscibili e memorabili. Tutto questo accade proprio perché, ancora una volta, tutti loro sono definiti in base al modo in cui i viaggi nel tempo li condizionano, direttamente o no. Sono vittime sperdute in un flusso che si muove in entrambe le direzioni, e la storia non concede mai loro sufficiente respiro per essere altro, anche nelle storyline che vorrebbero essere più romantiche.

Ma, anche così, Dark ha un suo senso. Anzi, forse ce l’ha proprio in virtù della propria rigidità e mancanza di compromessi. C’è una sincera dedizione dietro questo progetto, che cela più di quanto svela con la propria mitologia sussurrata e l’intreccio sotterraneo. E che soprattutto riesce a elaborare con una grande personalità il fascino dell’ignoto e la manipolazione del destino, tra ironia crudele e annientamento dell’individuo. Se fosse un film, sarebbe Predestination.

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