Se la vita è un palcoscenico, la morte è il sipario che cala. E Fosse/Verdon ha corteggiato fin dall’inizio il senso della scomparsa che permea le vite dei due protagonisti, quell’inevitabile fine alla quale entrambi tendono, mano nella mano. Lo fa soprattutto qui, nell’ottavo e ultimo episodio della serie in onda su FoxLife, in cui Sam Rockwell e Michelle Williams si congedano dai personaggi che hanno interpretato così bene nello show. Providence è l’ultimo spettacolo, il malinconico congedo dalla vita, in cui ogni scena – che sia una scena madre o un semplice confronto – assume il sapore di un bilancio che non può che essere insoddisfacente.

L’esito non potrà infatti che rimandare ad un continuo ripensamento delle proprie scelte, alle promesse non mantenute, ai rapporti deteriorati, ai progetti ancora da realizzare. Lo vediamo nel confronto che apre l’episodio, tra Fosse e Paddy, su una panchina. In questo inizio di episodio c’è già la sua fine. Paddy sottolinea la stasi nei personaggi di Fosse, che non cambiano, che non apprendono. È una regola base dello spettacolo e della narrazione, ma non della vita, in cui al contrario le persone sembrano bloccate in un loop di errori ricorrenti e di rapporti dai quali non riescono a slegarsi.

Questo sembra dirci, in ultima analisi, l’ultimo episodio della miniserie. I lavori di Fosse, allora, in parte autobiografici come lo sono tutte le opere di qualunque autore, sono l’emanazione stessa della vita del loro creatore. Ne condividono la mancanza di vie d’uscita, e sono uno strumento di autoanalisi che ripensa continuamente se stesso. Che Bob utilizza per sentirsi più giovane, per poter portarsi ancora le aspiranti attrici a casa, per potersi confrontare indirettamente con Ann in una delle scene più emozionanti della puntata. Ce ne saranno tante così. Bob e le sue donne, quelle che hanno contato davvero qualcosa nella sua vita, in una triste passerella quasi felliniana.

Ann appunto, con lei non ci sarà una risoluzione netta, ma raramente nella vita ciò si verifica. Ma anche con la figlia Nicole, ormai avviata sulla strada delle dipendenze. Una danza tra padre e figlia è il momento più intimo dell’episodio. E ovviamente Gwen Verdon. Con la quale Bob si perde e si ritrova, continuamente, in un eterno balletto tra due vite che non possono fare l’una a meno dell’altra. Infine il momento della morte arriva, mano nella mano, all’improvviso, eppure così calzante da sembrare davvero un’invenzione di sceneggiatura.

Partito in sordina, Fosse/Verdon è riuscito a costruire un approccio solido e personale sulla classica storia dell’artista autodistruttivo. Capace di giocare sui ritmi della storia, frenando all’improvviso come nell’ispirato episodio Where Am I Going, oppure costruendo dei grandi richiami circolari, come in una chiusura che si ricollega all’inizio con Sweet Charity.

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