Se dovessimo tenere in considerazione il valore del titolo di un’opera, i buoni presagi di Good Omens risiederebbero tutti nella lunga sequenza pre-crediti che occupa quasi metà del terzo episodio della miniserie di Amazon basata sul libro omonimo di Terry Pratchett e Neil Gaiman. Il segmento ripercorre la relazione di seimila anni tra l’angelo pasticcione Azraphel (Michael Sheen) e lo spavaldo demone Crowley (David Tennant), conosciutisi ai tempi di Adamo ed Eva e mai più separatisi. Assistiamo a un viaggio appassionante e divertente che attraversa mito e storia, passando per il Golgota, il ciclo arturiano, una fuga ai tempi della Rivoluzione Francese e un intrigo spionistico durante la seconda guerra mondiale. Sebbene ufficialmente schierati su opposti emisferi di un conflitto cosmico e mistico, i due personaggi iniziano ben presto a maturare un profondo rispetto reciproco, malcelato da battute spiritose, e la loro strana chimica costituisce il cuore pulsante della serie.

Sfortunatamente, questo delizioso gioco a due espone irrimediabilmente quella che è la debolezza maggiore di Good Omens. Non solo le loro scene in coppia sono effervescenti e magnetiche, ma anche le sequenze in cui compaia uno solo tra i protagonisti risultano dotate di una forza intrinseca che fa da scheletro all’intera stagione. Ahinoi, ahitutti, esiste anche una – larga – porzione di storia che non prevede la presenza né dell’angelo impertinente né del demone bonaccione, ed è allora che i meccanismi della narrazione sembrano incepparsi in modo irrimediabile. I membri del cast di supporto sono necessari per far andare avanti la trama o fornire un’esposizione necessaria sulla mitologia della serie, ma duole constatare come nessun altro tra i personaggi abbia abbastanza sviluppo per far sì che il pubblico si appassioni alle loro vicende e smetta di rimpiangere ogni secondo in cui Crowley o Azraphel compaiano sullo schermo.

Va detto che, agli occhi di chi conosca il romanzo d’origine, Good Omens risulterà un adattamento innegabilmente fedele. Traspone infatti larghe porzioni di testo mutandole in dialogo o, spesso, usandole per la voice over di Dio (Frances McDormand) con risultati alterni. C’è, ovviamente, un aggiornamento ai tempi d’oggi – si parla di selfie come creazione diabolica – ma il succo della trama resta fondamentalmente invariato: l’Apocalisse, ovvero lo scontro finale tra Bene e Male, prenderà il via con l’undicesimo compleanno dell’Anticristo, che avrebbe dovuto essere cresciuto come figlio di un diplomatico americano (Nick Offerman). A causa di un involontario scambio di neonati a opera di suore adepte di Satana, il piccolo Adam Young (Sam Taylor Buck) viene invece cresciuto nel villaggio britannico di Tadfield, divenendo il leader di un quartetto che strizza l’occhio – con poco successo – ai giovanissimi protagonisti di Stranger Things.

Paradiso e Inferno si preparano alla guerra, e Crowley e Azraphel sembrano gli unici a non vedere la Terra come un immenso campo di battaglia destinato, in ogni caso, alla distruzione. In gran parte, nel corso dei secoli, i due si sono sottratti alle proprie mansioni, scoprendo come l’umanità fosse più che capace di fare il bene e il male senza intervento divino. Inoltre, finiscono per accorgersi di preferire di gran lunga la compagnia l’uno dell’altro rispetto a dover passare del tempo con i membri dei rispettivi schieramenti. Se i vertici dell’inferno sono grotteschi, meschini e privi di senso dell’umorismo – nonché troppo poco caratterizzati da giustificare la loro massiccia presenza nella serie – gli angeli sembrano schiavi di una cerimoniosa inettitudine burocratica. Spicca tra loro il Gabriele di Jon Hamm, a malapena menzionato nel romanzo ma sostituito qui a Raffaele nel ruolo di supervisore di Azraphel: col suo sorridente disprezzo per l’umanità, è il miglior personaggio secondario della serie, e avrebbe probabilmente meritato più spazio in una serie che si fosse concessa qualche libertà creativa in più.

Il resto dei comprimari profonde tutto l’impegno possibile, ma deve fare i conti con un materiale sceneggiatoriale certo meno avvincente di quello riservato ai protagonisti. Anathema Device (Adria Arjona, riparata qui dopo il fallimentare Emerald City), una strega la cui famiglia si sta preparando per l’Apocalisse da generazioni, potrebbe essere la protagonista di una storia completamente diversa, persino interessante: tuttavia, il suo ruolo viene relegato a mera fonte d’informazioni a beneficio del pubblico, oltre a essere svilito con una terribile sottotrama romantica che la lega a un perfetto imbecille senza che ci venga fornita effettiva spiegazione del perdurare del loro affetto. Michael McKean tenta di donare una frizzante verve comica al cacciatore di streghe Shadwell, ma finisce – non per sua colpa – a interpretare un personaggio monocorde, lontano anni luce dai guizzi di Azraphel e Crowley.

Ma è probabilmente con gli antagonisti che Good Omens raschia con più tragica inconcludenza il terreno: Guerra (Mireille Enos) e Carestia (Yusuf Gatewood) godono di spassose introduzioni che mostrano come i Cavalieri dell’Apocalisse possano causare sofferenza ai nostri giorni. Resta inspiegabile perché un simile trattamento non sia stato riservato anche a Inquinamento (Lourdes Faberes), che sostituisce l’obsoleto (?) Peste, e a Morte (Brian Cox). Poco importa, perché l’intero gruppo dei Cavalieri finisce ben presto ingabbiato in una trama che culmina in uno scontro anticlimatico e ridicolo persino per una serie per bambini. Dovrebbe essere un grande momento per il piccolo Adam, ma il nostro interesse nei suoi confronti è svanito ormai da un bel pezzo.

È un vero peccato, perché Good Omens ha alcuni temi forti, anche se poveramente sviluppati. Il piccolo Anticristo arriva a un passo dal distruggere il mondo non perché sia ​​intrinsecamente malvagio, ma perché, come tanti giovani di oggi, vede il disastro che le generazioni precedenti hanno fatto di cose ed è disposto ad azzerare tutto per costruire un futuro migliore. Gli stessi amichetti del ragazzino sembrano contenere un potenziale del tutto inutilizzato, riducendosi a meri cliché del piccolo avventuriero in bici. La trama di Anatema esplora la scelta tra ottenere supporto seguendo un percorso predestinato e la libertà – e la conseguente paura – di forgiare il proprio percorso affrontando l’ignoto.

Eppure, i problemi di Good Omens vanno oltre i personaggi secondari trattati con superficialità: il suo ritmo s’incaglia dopo il primo episodio e raramente riesce a tenere il passo. Basti considerare come né il Diavolo (doppiato da Benedict Cumberbatch) né l’arcangelo Michele (Doon Mackichan) sembrino mai realmente preoccupati per l’evento catastrofico al quale hanno dedicato tanta parte della loro stessa esistenza.

Fortunatamente, l’umorismo sottile della serie rafforza parecchi punti bassi della trama. Visivamente, il regista Douglas MacKinnon utilizza protesi, trucco e costumi esagerati che offrono uno spettacolo estetico affascinante per lo sguardo del pubblico. David Arnold, già autore dell’ormai arcinota colonna sonora di Sherlock, crea qui un delizioso, martellante tema scherzoso ripreso in varie forme durante gli episodi, che non tarda a entrare nella mente dello spettatore. Va inoltre menzionato l’ampio uso della discografia dei Queen – ringraziati nei titoli di coda – nelle scene riservate a Crowley, ad accompagnare i momenti salienti delle sue peregrinazioni sulla sua Bentley.

In conclusione, se come corale parabola apocalittica lascia spesso a desiderare, Good Omens trova la propria luce migliore come stranissima commedia (romantica?) dai toni mistici in cui Crowley tenta di spingere Azraphel al di là delle proprie paure, invitandolo a godersi la vita, mentre l’angelo lo influenza costantemente, rendendolo meno egoista e predisponendolo a un tenero affetto. Che il mondo finisca o meno – un mondo, occorre dirlo, a cui non ci viene dato motivo di affezionarci durante gli episodi – è verso questa bizzarra coppia che i nostri occhi convergono sempre e comunque, tirando un sospiro di sollievo nel vederli riuniti e felici mentre consumano il loro primo pasto insieme in seimila anni. Abbiamo sofferto più per le fratture della loro relazione che per qualsiasi eccidio infernale. Sebbene i buoni presagi si siano rivelati in parte fallaci, l’assurda e affascinante sinergia tra un demone e un angelo riesce a solleticare la nostra devozione e farci arrivare col sorriso sulle labbra al primo giorno del resto della loro vita insieme.

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