Il quarto episodio di The Handmaid’s Tale, intitolato God bless the child, è sicuramente il più lento dal debutto della nuova stagione, soprattutto se paragonato al tutt’uno dei primi tre che lo hanno preceduto e che ci hanno reintrodotti all’universo di Gilead, ma nella sua staticità fornisce, come sempre fa questa serie, degli interessanti spunti di riflessione introdotti dall’incredibile fotografia che accompagna la sontuosa cerimonia di battesimo con cui si apre la puntata.

A chiunque sia cresciuto nella fede cattolica, come molti in Italia, non sarà sfuggito lo stridente contrasto ed il parallelismo tra il battesimo dei figli di Gilead e quello decisamente più informale della piccola Hannah, avvenuto in un tempo in cui un sacramento non era ancora uno spettacolo da mostrare al mondo. La Chiesa cattolica, d’altra parte, ama le coreografie e la stessa partecipazione a molti dei suoi riti è il ripetersi di una celebrazione scolpita nel tempo da secoli di gesti e preghiere che somigliano in maniera chiaramente provocatoria alle funzioni dell’opprimente società protagonista di questo show.
Come ogni regime, poi, Gilead ama la simmetria, l’ordine, le macchie di colore, la linearità ed i riti e come in tutti i regimi, lo spettacolo coreografico fornito dalle cerimonie dei figli di Giacobbe è un’estremizzazione di un qualcosa che una volta aveva un senso morale e spirituale e che invece, in The Handmaid’s Tale, diventa solo lo scomposto tentativo di appagare lo sguardo, senza preoccuparsi minimamente dei contenuti. Con estrema facilità si finisce così per dimenticare che quelle stesse creature che si affidano alle braccia di Dio, sono state in realtà strappate alle braccia di donne violentate e brutalizzate, che vengono peraltro costrette a partecipare all’evento e premiate per essere diventate madri, come se per loro la cosa potesse essere motivo di orgoglio a quelle condizioni.

Un altro stimolante contrasto nella simmetria delle spettacolari immagini fornite dalla fotografia di questo episodio, che resta nel complesso uno dei cavalli di battaglia della serie, è fornito dal latente senso di discontinuità nella lineare precisione di Gilead: il posto vuoto lasciato da Serena Joy nella cerimonia accanto al marito, la scomposta ed eccessiva reazione di Zia Lydia all’inopportuna richiesta di Janine durante la festa a casa Putnam e quella coraggiosa, se non incosciente, di June in sua difesa.
Il confine tra insubordinazione ed insinuante cambiamento in questa stagione è davvero sottile ed è qualcosa a cui avevamo già fatto cenno nella recensione dei primi tre episodi, la sensazione continua ad essere che quest’anno a June siano permesse cose che negli anni passati sarebbero state impensabili, il vederla gridare in difesa di Janine nel mezzo del salotto di uno dei Comandanti, costringendo un personaggio così in vista come zia Lydia ad ammettere il proprio errore, non sarebbe stato accettato né perdonato poco tempo addietro, come non sarebbe stato pensabile vederla discorrere con Fred e Serena Joy come se fosse una loro pari e soprattutto come se solo lei potesse davvero comprendere i problemi nati nel loro matrimonio e potesse fare qualcosa per risolverli. Quella che vediamo è una June decisamente più consapevole di se stessa e decisa ad usare ogni freccia al proprio arco per ottenere ciò che vole e scalfire la società in cui è costretta a vivere e sebbene il motivo di questo cambiamento non sia una sorpresa, è l’immobilismo di Gilead, qui, a risultare più strano.
Una possibile spiegazione è che, nello stesso modo in cui le idee di questo regime si sono insinuate nella cosiddetta società civile, sconvolgendola, senza che nessuno se ne rendesse conto prima che fosse troppo tardi, Gilead si stia lentamente dirigendo verso la sua inevitabile fine servita della stessa medicina che ha imposto agli altri, e che in sostanza e come affermava il filosofo greco Tucidide, la storia si stia semplicemente ripetendo e che June sia solo un piccolo elemento di un ingranaggio più grande che si è ormai messo in moto e che difficilmente potrà essere arrestato.

Le scalfitture in questa perfetta e coreografica società sono ormai evidenti e sicuramente anche la rivelazione che la piccola Nichole sia affidata alle cure di Luke in Canada avrà serie ripercussioni che sarà difficile ignorare, così come sarà interessante continuare a seguire il tentativo di June di portare Serena Joy dalla sua parte. Rispetto alle perplessità a cui avevamo già fatto cenno su di lei ed al nostro dubbio che l’essere stata madre per cinque minuti potesse aver trasformato così profondamente il personaggio interpretato da Yvonne Strahovski, uno dei più complessi dello scorso anno, bisogna ammettere che God bless the child ci ha in parte riconciliato con alcune delle scelte fatte dagli autori fino ad ora, soprattutto quando ci viene mostrata la reazione istintiva della signora Waterford alla brutale aggressione di Janine da parte di Zia Lydia, le cui prime parole sono “Povera Naomi,” come se la signora Putnam e non la povera Janine, fosse da compatire per l’accaduto. Questa risposta dimostra, in maniera decisamente più credibile e coerente, che le scelte radicali di Serena Joy, una donna tutt’altro che ingenua e vittima degli eventi, sono ancora ben radicate in lei e che June dovrà fare molta strada se davvero vorrà riuscire nel suo intento di averla dalla sua parte: un conto, a nostro avviso, è assistere al tentativo della protagonista di manipolare una donna non facile da gestire, un altro è trasformare un carattere deciso e forte come quello di Serena Joy in una lacrimevole vittima facilmente influenzabile.

Anche il filone canadese di questa stagione fornisce in questo episodio molte soddisfazioni, regalandoci forse uno dei momenti più commoventi dell’intera puntata con la riunione di Emily con sua moglie Sylvia e suo figlio Oliver. Come avevamo già accennato in precedenza, ammiriamo particolarmente la scelta degli autori di mostrare la cruda realtà del difficile “ritorno alla vita” di vittime come Emily, piuttosto che semplificare il tutto con un banale “e vissero felici e contenti“. Il trauma di questa donna è e sarà probabilmente sempre parte di lei assieme alle sue cicatrici fisiche e morali e non esiste un modo per edulcorare la pillola o abbraccio che risolva il problema.
Persino il piccolo Oliver, al quale Sylvia non ha mai smesso di parlare della sua seconda coraggiosa mamma, reagisce al suo arrivo con una gioia composta e trattenuta e le spiega che non le corre incontro per abbracciarla perché gli è stato suggerito di aspettare i tempi di lei. E’ un’immagine davvero potente, che difficilmente lascia indifferenti, come lo è quel disegno di Emily immaginata dal figlio nei panni di un supereroe con gli occhiali, mentre combatte il male per tornare a casa da lui o il fatto che si offra di leggere la sua stessa favola della buonanotte, quando la voce di Emily viene spezzata dal pianto. Che che se ne dica, questo show è ancora capace di smuovere le coscienze e considerato quello che leggiamo sui quotidiani ogni giorno su quanto accade nei cosiddetti civilizzati paesi occidentali, è importante avere prodotti come questo che facciano riflettere e comprendere che è impossibile giudicare certi traumi se non li si è vissuti sulla propria pelle e che “l’altro” di oggi, potrebbe diventare il “noi” di domani.
Tentare di immedesimarsi per capire davvero cosa certe persone abbiano sofferto è la sola scelta umana che ci resta e se una cosa così prosaica come una serie TV ci dà l’opportunità di fermarci anche solo un attimo a riflettere, noi siamo pronti a farlo.

La terza stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia è trasmessa il giorno successivo su TimVision.

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