Unknown caller, quinto episodio dei 13 che compongono la terza stagione di The Handmaid’s Tale, a nostro avviso, risolve quello che abbiamo sempre vissuto come un problema nella narrativa di uno dei personaggi più importanti e complessi della serie: Serena Joy. Per una buona parte della scorsa stagione e l’inizio di questa, gli autori hanno cercato di indurre un sentimento di empatia nei confronti di questo personaggio, trasformandola da consapevole ideatrice delle basi del pensiero dei Figli di Giacobbe a tenera madre, come a dimenticare tutti i suoi crimini precedenti, dal concorso nello stupro di June, al rapimento della piccola Nichole dalle braccia di una madre vessata e maltrattata per lungo tempo.
L’idea che questo personaggio, come sotto una sorta di incantesimo, si fosse trasformato così profondamente – come abbiamo già sottolineato nelle recensioni precedenti – e solo per il fatto di essere diventata madre (di una figlia non sua, va sottolineato), non ci aveva mai convinto, non quando si ha a che fare con una donna intelligente come Serena Joy, che ha fatto scelte ben precise e consapevoli nella vita e che l’hanno portata ad occupare il posto che ha ed a diventare uno delle donne più in vista nel regime totalitario di Gilead.
Che questa illusione di redenzione venga quindi definitivamente spezzata con questa puntata rappresenta probabilmente la strada più coerente per il personaggio, quanto meno più di quella della santificata “madre coraggio” che gli autori hanno cercato di far accettare al pubblico per qualche tempo.

Serena Joy non è solo una traditrice del suo genere ed una donna che ha consapevolmente contribuito alla trasformazione della società in cui viveva in un regime autoritario al fine di realizzare i suoi egoistici desideri, ma si dimostra anche quanto più lontano da una madre si possa immaginare, come un qualsiasi moderno Salomone potrebbe facilmente dimostrare. Dove June rinuncia infatti alla propria libertà per non abbandonare sua figlia Hannah, dopo essersi assicurata di aver messo in salvo Nichole, rinunciando a quanto di più prezioso potesse immaginare per se stessa, Serena Joy dimostra invece, ancora una volta, di dare maggiore importanza ai suoi bisogni che a quelli della creatura che dice di amare sopra ogni cosa, soprattutto dopo aver ammesso, assieme al marito, di essere inequivocabilmente consapevole del fatto che la bambina di June avrebbe un futuro migliore in Canada piuttosto che a Gilead.
Ecco il motivo per cui, a nostro avviso, le polemiche rivolte alla serie per il fatto che June non sia “stupidamente” fuggita alla fine della scorsa stagione non hanno fondamento: ciò su cui si basa questo show è proprio la macroscopica differenza tra bene e male, tra l’essere davvero madre, nell’accezione più autentica e pura del del termine, e voler solo possedere un figlio come una sorta di trofeo.

Il momento in cui Serena Joy prende la sua decisione e torna ad essere la persona che è sempre stata è a nostro avviso facilmente riconoscibile nell’episodio e corrisponde a quello in cui Luke, come nella puntata scorsa la signora Putnam con Janine, le concede di stringere tra le braccia la bambina alla fine del loro incontro, una riunione tesa e difficile per Serena Joy che, per una volta, senza la protezione del suo status, dismesso anche solo se per poco assieme ai suoi abiti, è costretta ad affrontare l’odio dell’uomo che ha di fronte, il suo atteggiamento guardingo ed il suo giudizio. Nonostante Serena Joy sia in una posizione di apparente svantaggio nella scena, Gilead le ha sicuramente insegnato a contenere le proprie emozioni, tanto da riuscire alla fine ad ottenere quello che vuole nonostante l’astio di Luke, al quale che ha persino il coraggio di ribattere che nemmeno lui, proprio come lei, è il vero genitore di Nichole, come se le loro posizioni potessero essere minimamente paragonabili. Nonostante la soddisfazione di sentire Luke usare un linguaggio piuttosto duro con Serena Joy nel loro breve tempo insieme, l’incontro non si conclude con quell’inequivocabile sensazione che sia lei ad uscirne come perdente.

La parte più dolorosa di questo episodio è tuttavia assistere alle ripercussioni negative della scelta di June di acconsentire a convincere Luke a far incontrare i due contendenti.
La scelta di June si basa infatti in parte su una valutazione errata del carattere di Serena Joy, sulla speranza che qualcosa in lei sia cambiato e pur non fidandosi completamente di lei, accetta di chiamare il marito perché vuole aprire una linea di debito con i Waterford, i quali peraltro si sono pericolosamente riavvicinati, tanto che Fred farà in modo che la moglie sieda al tavolo delle trattative per discutere la soluzione del “rapimento” di Nichole, il che è un disturbante e notevole passo avanti rispetto all’amputazione del mignolo della moglie al fine di farla rientrare nei ranghi dopo l’oltraggiosa richiesta che alle figlie di Gilead fosse concesso di leggere le scritture.
La telefonata tra June e Luke dopo tre anni di silenzio è veramente straziante: per la reazione di lui e per il chirurgico e freddo atteggiamento di lei che, nonostante ciò che avrebbe voluto probabilmente fare, si obbliga a rimanere concentrata sul suo compito e dire tutto ciò che deve nei due reali minuti di tempo che le sono concessi, che hanno lo strano effetto di passare sia con incredibile lentezza che con troppa velocità quando i due arrivano ai saluti finali.
In quella circostanza, più che in ogni altro momento della serie, June ci appare come una vera combattente, una rivoluzionaria, tanto da riuscire a tacitare tutto ciò che prova pur di portare a termine la sua missione, un dolore che non mancherà tuttavia di trasmettere quando riuscirà, tramite Serena Joy, a consegnare a Luke il suo vero messaggio: quello di una prigioniera ad un compagno che è riuscito a fuggire e di una moglie a suo marito.
La cassetta registrata è un perfetto omaggio al romanzo di Margaret Atwood, in cui solo nelle pagine finali viene rivelato che il racconto fatto durante tutto il libro dalla donna conosciuta solo con il nome di Offred, è frutto del ritrovamento di alcune audiocassette che le ancelle erano solite usare come mezzo di diffusione per le loro testimonianze, ma è anche un’ennesima prova della forza di June. E’ difficile immaginare per lei un lieto fine dopo che la sentiamo pregare Luke di andare avanti con la sua vita nello stesso modo in cui lei ha dovuto fare con la sua, per sopravvivere, ma la confessione più dolorosa per June sarà tuttavia quella in cui dirà al marito come Nichole sia frutto dell’amore tra lei e Nick e come sia riuscita a trovare uno spiraglio di felicità persino in quell’inferno. June non sembra aver deciso di confessargli la verità per cercare il suo perdono, non nelle circostanze impossibili in cui è costretta a vivere, ma sta chiaramente tentando di non illuderlo, pur comunicandogli che lei è rimasta per Hannah e che il pensiero della salvaguardia della loro bambina non l’ha mai abbandonata ed è sempre stata la sua priorità.

In un episodio cominciato con una nota positiva, in cui tutte le ancelle si aggirano attorno a June per complimentarsi con lei per essere riuscita a far fuggire sua figlia, Unknown caller si chiude con una nota piuttosto fosca, con la protagonista che a sua insaputa viene portata in uno studio televisivo, dove i Waterford mettono su la più false delle sceneggiate nel ruolo dei genitori affranti che si rivolgono al mondo ed alla società civile perché la figlia adorata che è stata rapita dal loro tetto, torni sana e salva a casa. Nello scenario attuale, e considerati i rapporti diplomatici tra Canada e Gilead, è difficile immaginare come l’appello di Serena Joy e Fred possa essere accolto e sarà interessante vedere quale effetto avrà. Sebbene questo regime si nutra infatti delle sue stesse bugie, la serie ha messo in chiaro fin dall’inizio che il resto del mondo è più che consapevole di cosa succeda davvero dentro i loro confini, cosa sperano quindi di ottenere i Waterford è un po’ un mistero, perché non sembra plausibile che qualcuno prenda in considerazione l’idea di restituire loro Nichole.

Concludiamo questa recensione con alcune piccole note a margine, la prima riguarda il ritorno del personaggio di Mark Tuello (Sam Jaeger), l’uomo che aveva cercato di convincere Serena Joy alla defezione durante la visita diplomatica degli Waterford in Canada nella scorsa stagione, la seconda è che il regista di questo episodio è Colin Watkinson, direttore della fotografia della serie per due anni e mezzo, l’uomo al quale si deve in sostanza l’incredibile coreografia della serie. Ultimo, ma non ultimo, ricordiamo l’annuncio di Ofmatthew, la compagna di passeggiate di June, di essere incinta per la quarta volta del figlio di un Comandante che, alla luce della fuga di Nichole, sembra mostrare finalmente una crepa nella corazza della pia Ancella che ha sempre indossato.

La terza stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia è trasmessa il giorno successivo su TimVision.

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