Per tre stagioni The Handmaid’s Tale è stato quasi tutto un gigantesco bottle episode in cui gli autori, per esaltare il concetto di oppressione rappresentato dal governo di Gilead, hanno per lo più ristretto l’azione a Boston e all’interno delle soffocanti ed eleganti case della buona società di Gilead. Persino la breve fuga di June della scorsa stagione si arrestò per la maggior parte nelle vestigia di quella che era stata la sede del The Boston Globe, il quotidiano della città. In questo senso Household rappresenta il primo autentico cambio di scenario che vediamo nella serie e che ci permette di osservare da vicino cosa accada nel centro del potere, a Washington D.C. e ciò che vediamo, come c’era da aspettarsi, è piuttosto raccapricciante.

L’uso dei simboli della città è uno dei primi elementi di questo episodio che salta agli occhi quando vediamo June spiare dal finestrino del treno che si appresta ad entrare in quella che era stata un tempo la stazione di Union Station e che è stata ora ribattezzata National Station, per osservare ciò che resta del Monumento di Washington, trasformato in una gigantesca croce.
La stazione stessa, come accennerà zia Lydia nel suo ruolo di accompagnatrice, che ha subito una profonda trasformazione con la sua architettura che richiama quella del periodo fascista, i suoi palazzi immacolati, le linee ordinate e pulite e le imponenti bandiere che garriscono al vento, grida anche “repressione” ad ogni angolo con le scale mobili separate per uomini e donne o il punto rosso di raccolta costituito da un tappeto al centro della stazione in cui June viene indirizzata al suo arrivo e sul quale viene fatta inginocchiare, in attesa che un uomo, in questo caso Fred, arrivi a reclamarla come una valigia lasciata in un deposito.
E poi, naturalmente, ci sono le Ancelle: questo episodio ci ricorda brutalmente come al peggio non ci sia mai fine quando ci mostra come tutte le donne nella posizione della protagonista siano qui obbligate a portare una sorta di museruola, che nasconde qualcosa di una efferatezza sconfinata e di cui June si renderà conto solo più avanti, quando noterà sgomenta che la sua silenziosa compagna di stanza ha la bocca cucita da tre grandi punti da cucitrice che le impediscono di proferire parola, a sottolineare in maniera feroce come queste donne non siano considerate altro che un corpo di cui servirsi ed esseri senza alcun diritto.

Dal punto di vista simbolico, tuttavia, il momento di maggiore impatto sarà lo scontro che avviene tra June e Serena Joy verso la fine dell’episodio, di fronte ai resti di quello che un tempo era stato il Lincoln Memorial. Alla statua è stata mozzata la testa e la scritta che campeggiava alle sue spalle: “In questo tempio come nei cuori delle persone per le quali egli salvò l’Unione, la memoria di Abraham Lincoln è per sempre preservata,” è stata cancellata, ma è proprio davanti al Presidente ricordato per l’abolizione dello schiavismo che June, nonostante la museruola che le viene fatta indossare, ritrova la sua voce.
Dopo aver tentato invano di riportare alla ragione Serena Joy per il bene di Nichole, June si rende conto che ogni suo tentativo è inutile e finalmente le dice tutto ciò che pensa del suo egoistico tentativo di riavere indietro la bambina e di come quello che lei spaccia per amore materno non sia altro che desiderio di possesso, una fame sulla quale ha scavato le fondamenta dell’oppressiva civiltà in cui entrambe si trovano a vivere. Dal nostro punto di vista, e lo abbiamo sottolineato già da tempo, è sicuramente positivo che la maschera di Serena Joy sia finalmente del tutto caduta e che gli autori abbiano deciso di far passare il suo falso dolore per ciò che davvero è: crudeltà e vuoto interiore. Non era credibile che una persona così in vista, che ha cosi profondamente contribuito alla formazione stessa di questo regime, cambiasse così profondamente. La triste realtà, sotto gli occhi di tutti noi per lungo tempo, è che questo personaggio è sempre stato arido quanto fisicamente sterile e per questa ragione preferiamo vederla nel ruolo di antagonista di June, che in quello di donna riformata per delle ragioni discutibili e superficiali, anche se questo ritorno alle origini la rende ovviamente detestabile.

Se giusto e sbagliato sono sono di ventati concetti molto chiari per quanto concerne Serena Joy, non si può dire altrettanto di zia Lydia, quanto meno non in questo episodio. Dopo il suo scontro con Emily, il personaggio interpretato da Ann Dowd, zia Lydia sembrava aver fatto cadere la maschera, diventando persino più vendicativa di prima e avendo abbandonato quel suo atteggiamento da falsa custode delle sue Ancelle. In Household, invece, quando entra nella stanza di June per portarle la museruola da indossare in vista della cerimonia a cui dovrà prendere parte, e quando lei le chiede se davvero vuole che tutte loro vengano fatte tacere, zia Lydia si abbandona alla commozione e risponde di no. Nonostante il momento di evidente connessione tra le due, è difficile attribuire coerentemente questa reazione ad una donna che ha brutalmente aggredito Janine o ha comunque sottoposto “le sue protette” ad ogni tipo di tortura fisica.
Come nel caso del tentativo di rendere più umana Serena Joy, la commozione di zia Lydia sembra nel contesto una nota particolarmente stonata.

Questo sesto episodio introduce inoltre dei nuovi personaggi, quello del potente Comandante Winslow (Christopher Meloni), della moglie Olivia (Elizabeth Reaser) e della nidiata di loro sei figli, nella cui sontuosa dimora gli Waterford e June vengono ospitati per la loro visita alla capitale, al fine di espandere il loro piano di pubbliche relazioni volto ad aprire un canale diplomatico con il Canada per la restituzione di Nichole.
La domanda su cui vorremmo soffermarci in questo caso è come sia possibile che il piano di Fred stia davvero dando i suoi frutti, considerato che la storicamente imparzialissima Svizzera si offre di fare da tramite tra le due nazioni e sia il padre che la madre di Nichole abbiano l’opportunità di esprimere il loro parere contrario alla sua restituzione. L’idea di Fred sembra infatti non solo quella di mostrarsi al mondo come un nucleo familiare in lutto per la perdita della bambina, ma anche quella di ostentare la grandeur di Gilead con la spettacolare cerimonia che vediamo alla fine dell’episodio, due scelte in apparente contrasto tra di loro.
Per quale ragione infatti il Canada, che fino ad ora abbiamo visto opporsi con evidente fermezza alla politica dei suoi vicini, dovrebbe muoversi a compassione vedendo una schiera di donne oppresse la cui bocca è letteralmente cucita mentre invoca il Signore? Se l’idea è quella di far passare questo gesto come una sottile e nemmeno troppo velata minaccia nei confronti del loro confinante, allora perché la sceneggiata della famiglia in lutto e soprattutto, da quando Fred ha tutto questo potere all’interno dei Figli di Giacobbe?
Politicamente, dopo il rapimento di Nichole, Fred ha perso molta della sua influenza politica, è difficile quindi comprendere perché gli alti ranghi del regime gli stiano dando carta bianca in maniera così plateale, a meno che questa storyline non abbia per lo più lo scopo di condurci allo sviluppo della nuova amicizia tra lui ed il Comandante Winslow il quale, sembrava essere interessato più a Fred come uomo e preda sessuale che come futuro stratega.

In conclusione Household, a prescindere dalla catartica sfuriata di June a Serena Joy, rappresenta per la protagonista una notevole sconfitta, sia quando viene tradita politicamente da coloro che pensava potessero aiutarla con Nichole, grazie anche alla promessa intercessione presso Nick, da poco promosso Comandante, che lei convince a diventare una spia per gli svizzeri, che lo ritengono però inaffidabile e quindi poco credibile, sia in uno dei momenti più forti dell’episodio, quando dal luogo che ha visto figure come Martin Luther King parlare di uguaglianza e sogni di giustizia, viene costretta ad inginocchiarsi ed a pregare davanti a tutto il mondo per il ritorno della figlia.

La terza stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia è trasmessa il giorno successivo su TimVision.

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