L’ultimo episodio della prima stagione classica di The Twilight Zone si intitolava Un mondo su misura. Raccontava di uno scrittore in grado di manipolare la realtà intorno a sé. Addirittura Rod Serling, in scena per il consueto monologo di fine episodio, entrava direttamente nella storia ed era manipolato dal protagonista che lo faceva scomparire. Blurryman, ultimo episodio del revival curato da Jordan Peele, percorre gli stessi territori. Si tratta di un episodio metanarrativo, che riflette sui meccanismi delle storie, sul ruolo degli autori, sul rapporto tra arte e intrattenimento, e sull’omaggio inevitabile ai classici.

In questo caso non si può parlare dell’episodio senza fare spoiler. La puntata inizia presentandoci uno scrittore frustrato, interpretato da Seth Rogen, che non riesce a venire a capo della storia che vuole scrivere. Espone ad alta voce i propri pensieri, in modo fin troppo esagerato, finché ha l’intuizione di far partire la vicenda direttamente su un mondo in rovina. Si affaccia quindi alla finestra, e scopre che la sua fantasia è diventata realtà, e che tutto è distrutto. A quel punto parte la solita voce narrante di Jordan Peele, che ci butta subito in faccia il tema della responsabilità sociale dell’autore. Stiamo già alzando gli occhi al cielo per la grossolanità della scrittura, quando scopriamo che stiamo vedendo un episodio all’interno di un episodio.

Sì, perché Blurryman è ambientato proprio sul set di The Twilight Zone. Jordan Peele interpreta se stesso, produttore e curatore della serie, che si prepara a recitare le battute finali della stagione. Il cast e la troupe si muovono freneticamente, e tra questi spicca la sceneggiatrice Sophie (Zazie Beetz), che ha un piccolo dibattito con Jordan sul senso dell’episodio. Le critiche sono quelle che potremmo avanzare anche noi. Per Jordan il tema è troppo urlato e superficiale, mentre il resto è sullo sfondo, “sfocato”. Sophie, fan della serie classica di Rod Serling, sostiene invece che è proprio il tema a elevare The Twilight Zone rispetto alla mediocrità del genere fantascientifico, che invece è solo contorno.

Questa idea di contorno sfocato si materializza quindi nel Blurry Man, una figura inquietante che si aggira sul set. Scopriamo inoltre, con un bel colpo di scrittura, che la figura – difficile da notare – è apparsa in tutti i nove episodi precedenti. L’episodio prende una piega horror mentre Sophie fugge sul set.

L’idea di avere un episodio di chiusura metanarrativo era già stata utilizzata quest’anno in Weird City, altra serie antologica di fantascienza prodotta da Jordan Peele. Qui evidentemente l’esecuzione è più curata e efficace, anche perché c’è l’intuizione ben eseguita di giocare con la nostalgia e l’omaggio alla serie classica e ad uno dei suoi episodi più amati: Tempo di leggere. D’altra parte anche qui, come nel resto della stagione, emergono alcuni dubbi, il primo dei quali riguarda proprio il tema della puntata. È curioso che venga criticata l’idea di appoggiarsi solo ad un tema molto urlato lasciando il resto in sottofondo, quando proprio questo appunto poteva essere mosso a vari episodi della stagione. Peraltro proprio il tema della responsabilità dell’autore era stato trattato nella prima puntata, The Comedian.

L’episodio in sé, per bocca della protagonista, cita alcuni cliché inevitabili dello show: i colpi di scena, la crudele ironia, l’inevitabilità del contrappasso finale. Ma la semplice citazione non riscatta la stagione dalla mancanza di questi o dalla semplicità con cui ci si appoggiati a questa forma di scrittura. Parlando di colpi di scena, di certo quello di questo episodio non sorprenderà molti. Jordan Peele parla allora per bocca di Sophie, chiudendo il cerchio con le riflessioni semiautobiografiche già viste in The Comedian. Svela con sincerità la difficoltà nel risolvere il conflitto – che è anche nel suo cinema – tra trattazione dei temi e intrattenimento, e di aver considerato l’ombra di Rod Serling come una pesante eredità con la quale confrontarsi.

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