Ogni forma di potere per rimanere tale deve essere dotata di una capacità di resistere ad attacchi esterni. È questa capacità che la identifica, non altro. La monarchia per secoli, prima di entrare in crisi, ha resistito ad ogni attacco professando una provenienza divina. Le dittature fasciste lo hanno fatto tramite il potere militare. Le democrazie tramite il consenso popolare. Il comunismo sovietico attraverso la sua ottusità ha coltivato una tale opacità, una tale impermeabilità ad ogni forma di richiesta, dialogo e logica che, unita ad un apparato di repressione e servizi segreti invece molto logico e strutturato, ha potuto resistere a qualsiasi avversità vivesse il suo popolo o a qualsiasi attacco che non fosse portato con le stesse armi di delazione, manovra politica e convenienza che lo reggevano.

Negli anni ‘80, mostra Chernobyl, questa forma di ottusità di potere era così sviluppata, radicata e parte della mentalità popolare da essere invincibile, onnipresente, dominante. Non era solo nelle istituzioni ma nelle persone, nelle idee di carriera, nella vita di chi era lontano dai palazzi del potere.
Gran parte di questa grande serie si gioca sulle conseguenze di questo potere, come mai si ragionasse in un certo modo e a cosa potesse portare. E nel quarto episodio il metodo adottato da Craig Mazin e messo in scena così bene, fino all’ultimo dettaglio, da Johan Renck è più evidente che mai: affrontare ogni singolo problema emerso dopo lo scoppio della centrale osservandolo così da vicino che la follia quotidiana di un regime ne esce ingrandita ed evidente anche a noi che non la viviamo. Come sotto una lente questa serie ingrandisce tutto così tanto che alla fine si distinguono solo due componenti: la follia del regime sovietico e la volontà di ferro dei singoli uomini o donne.

È con questo genere di approccio pornografico che è possibile allargare a 5 episodi la cronaca dei rimedi al disastro totale dopo l’esplosione della centrale, ed è sempre con questo approccio che si può concepire una sequenza come quella al centro di questo quarto episodio, ovvero il pianosequenza di 90 secondi coreografato come una scena di combattimento moderna, con la videocamera molto mobile che partecipa alla coreografia. Lo spunto è semplice, c’è qualcuno che deve andare a levare dei massi dal tetto della centrale ma nessuno può stare lì più di 90 secondi, così sì fanno turni. Ne seguiamo uno in tempo reale, senza saltare nulla, vivendo i 90 secondi in cui sbrigarsi e cercare di rimanere vivi secondo dopo secondo. Anche l’azione più banale (recarsi sul tetto per levare dei detriti) diventa un’odissea per vittime di un sistema che gestisce e sacrifica uomini come formiche.

Lo stesso si può dire anche se con minore interesse per la piccola storia della recluta interpretata da Barry Keoghan, completamente digiuna di tutto e mandata a sopprimere cani e gatti assieme a due veterani della soppressione animali che tollerano il compito inumano con ettolitri di vodka mentre maneggiano fucili. Non è il segmento più riuscito e suona più come una delle mille possibili storie di follia intorno a Chernobyl, un side quest significativo ma incapace di incidere sulla trama principale, tuttavia ha un grandissimo carattere.

Come del resto è meno efficace della media il grande spiegone sul fatto che Chernobyl sia esplosa per propaganda, perché i risultati dei test e le scoperte che avrebbero potuto prevenire il disastro sono state secretate per non ammettere difetti.
Una serie che trionfa quando può lasciar perdere la logica e addentrarsi con la forza delle immagini nei meandri dell’assurdo, si trova incredibilmente a disagio nei grandi spiegoni. Quando si tratta di mettere in chiaro con qualche dialogo e un po’ di exposition il fatto che alla fine ciò che stiamo vedendo (la paura di essere deboli, la vergogna del regime, l’ottusità del potere) è praticamente ciò che ha impedito a chi lavorava nella centrale di avere i dati per prevenire il disastro, tutto si fa meccanico, ben poco raffinato e molto pavido. Addirittura anche la messa in scena di quel momento, un dialogo a tre in un luogo abbandonato, lascia un po’ a desiderare, come una scomoda incombenza da risolvere il prima possibile.

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