La casa di carta è uno dei fenomeni televisivi più interessanti degli ultimi anni. Rivelazione fulminante e inattesa, è un prodotto che viaggia su standard di scrittura lontani dai canoni della quality television per come viene comunemente intesa oggi. Eppure questa serie spagnola intende, quasi per istinto, il senso più immediato della narrazione televisiva. Un plot semplice, simboli riconoscibili, slogan generici. Ciò che è essenziale viene enfatizzato in ogni istante, e quindi – pur con tutti i suoi limiti – arriva a colpire lo spettatore: la serie non in lingua inglese più vista di sempre su Netflix viene adottata dalla piattaforma e ritorna con una terza stagione da otto episodi.

Dopo il successo del colpo del secolo alla zecca di Stato spagnola, il gruppo di rapinatori si è diviso, e ha cercato pace e ristoro in giro per il mondo. Tokyo e Rio, rimasti insieme, vengono tuttavia rintracciati, e il secondo viene arrestato. Il Professore decide allora di riunire la banda per mettere a segno un nuovo colpo, definito a più riprese molto più difficile del primo, se non impossibile. In qualche modo, ciò dovrebbe permettere al gruppo di riavere Rio con loro. Un pensiero ai caduti della prima stagione, Mosca, Oslo e Berlino, e la banda è pronta a tornare in scena contro il sistema. Confermati i nomi di città che identificano tutti: a Nairobi, Helsinki, Denver, Monica (che ora è Stoccolma) e l’ex ispettore Raquel Murillo (nome in codice Lisbona) si uniscono nuovi personaggi, su tutti Palermo.

La terza stagione, o terza parte, della serie rappresenta una versione più minimale dell’intreccio delle prime due stagioni. Meno episodi, meno minutaggio, ma lo stesso impianto narrativo. C’è una rapina da eseguire in un luogo inespugnabile – questo potrebbe essere però un vantaggio – e c’è un tempo limite e delle fasi ben stabilite per l’operazione. La narrazione della rapina viene interrotta da vari flashback che ci riportano ora alla preparazione del colpo, ora addirittura alla genesi del piano, avvenuta molti anni prima. Ci sono i tentativi della polizia e le contromosse del Professore, gli screzi tra i membri della banda e il coinvolgimento di alcuni ostaggi. Chi ama quella struttura la vedrà riproposta, anche se tutto è più contenuto e rapido rispetto alle prime due stagioni.

D’altra parte, La casa di carta si mantiene fedele al genere di appartenenza, l’heist movie. Ne applica i canoni più rigidi, anche quando si parla di sequel. Come in Ocean’s Twelve o L’audace colpo dei soliti ignoti, infatti, anche qui la banda del primo capitolo – soddisfatta o meno del risultato del colpo – è praticamente costretta a rimettersi in gioco. Malcelando una certa soddisfazione, che è propria dei rapinatori, ma anche degli spettatori che vogliono vederli all’opera, il motore della scrittura deve riavviarsi, inventare nuove sfide e nuove soluzioni. La serie di Álex Pina è un gioco, e come tale andrebbe vista.

Certo, un gioco che spesso dà l’impressione di inventare le regole andando avanti nella partita e che tratta con una certa indulgenza i partecipanti. Alcune difficoltà del gruppo sembrano scritte a ritroso, partendo dalla soluzione geniale da applicarvi; la scrittura di personaggi e situazioni rimane di grana grossa, tanto delle new entry come Palermo quanto dei personaggi noti. Ed è sempre la coolness dei gesti e delle parole a dare un senso all’azione e all’intreccio: le reazioni emotive esagerate, i monologhi improvvisati, i dialoghi teatrali, la musica enfatica sparata su camminate eroiche con le armi in spalla.

Gioco di scrittura, ma anche furbo gioco di simboli, La casa di carta comprende la forza dell’immagine e del messaggio. Prende le tute rosse, il canto popolare Bella ciao, la maschera di Salvador Dalì, e ne fa veicolo non per raccontare i propri temi, ma proprio per dare uno stile a quei temi. Per qualche motivo, nel mondo parallelo in cui si svolgono queste vicende, la banda è diventata un simbolo di liberazione, di lotta antisistema, di giustizia del popolo generico contro un potere generico. Che è cattivo per definizione, o perché tortura, o anche solo perché è formato da persone antipatiche.

Quel tema di denuncia sociale che arrivava solo in coda alle prime due stagioni qui puntella continuamente l’intreccio. Ma è una lettura che non basa le proprie stilettate al “sistema” su un contesto o un riferimento concreto. Senza peraltro indagare l’effetto della rapina epocale alla zecca di Stato, il racconto nutre se stesso di schieramenti precisi, balzando tra l’umiliazione continua delle istituzioni e l’esaltazione della piazza. In questi momenti la serie aspira ad una complessità che suggerisce, ma non racconta. La godibilità del racconto rimane intatta, ma l’indulgenza nei confronti dello show vacilla.

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