Nel momento in cui finisce, Orange is the New Black sembra già il prodotto di un modello televisivo che va ormai scomparendo. Sette stagioni sono davvero tante oggi per un drama, e si tratta di un record che su Netflix probabilmente rimarrà imbattuto per molto tempo. La concorrenza tra le piattaforme si fa più accesa, i costi per le produzioni lievitano velocemente, il ricambio delle proposte diventa molto più frenetico. La creatura di Jenji Kohan sembra un animale in via d’estinzione, e sarà sempre più difficile in futuro condividere percorsi televisivi così lunghi con gli stessi personaggi. Un motivo in più per godersi questi ultimi tredici episodi della serie carceraria.

Sarebbe molto semplice definire l’ultima stagione come un lungo epilogo della serie. Ma sarebbe anche corretto. La settima stagione dello show è una lunga e irrinunciabile passerella di situazioni passate, di personaggi storici, di percorsi che arrivano ad un punto cruciale. Come ogni show che abbia una storia abbastanza lunga alla quale fare riferimento, anche questo gioca sull’omaggio a se stesso. Piper e le altre carcerate non vivono più solo nel momento, ma sono sempre più il risultato di un lunghissimo percorso. Ed è sempre più difficile costruire per loro vicende coerenti, che abbiano ancora un senso dopo tutte le prove e i cambiamenti che hanno subito. A volte ci si riesce, a volte no.

Come sappiamo dalla scorsa stagione, Piper è uscita dal carcere. Qui la troviamo a cercare di rifarsi una vita, con tutte le difficoltà che potremo immaginare. Ricordiamo che si è sposata con Alex, che si trova ancora in prigione. La scrittura, per loro come per le altre, deve inventare necessariamente nuove situazioni. Nel loro caso specifico, quel che viene raccontato non funziona. Non perché sia intrinsecamente sbagliato, ma perché siamo alla settima stagione, e l’urgenza di raccontare qualcosa deve sempre fare i conti con la coerenza interna dei personaggi, con la loro – e nostra – necessità di avere un percorso lineare, che abbia punti fermi.

Questo è il pregio, ma anche lo scoglio da superare per la serie nell’ultima stagione: costruire una narrazione che sia coinvolgente a modo suo, tra il grottesco e il drammatico, tra risate amare e malessere umano. E con un cast così esteso – e così straordinario – si può solo fare l’elenco delle vicende più o meno riuscite. Taystee è un personaggio meraviglioso, col senno di poi la sua storia è la migliore della serie, la più coerente, la più umana. La ricompensa emotiva che offrono i suoi momenti in questa stagione non ha pari, e sorregge il peso della storia in più momenti. Ma questa è anche una stagione che conferma gli elementi storicamente forti: Nicky, Doggett, Suzanne, Gloria.

Soffrono di più le altre. La scrittura inventa svolte drammatiche eccessive per Red e Lorna, annoia abbastanza con le storie di Aldeida e Dayanara, e in generale tutte le vicende relative alla polizia e alla gestione del penitenziario non aggiungono niente a quanto visto in passato. I flashback rimangono poi un grosso punto interrogativo, ma a dire il vero lo sono da parecchie stagioni. L’idea più interessante della stagione allora è quella di affrontare il tema dell’immigrazione, con particolare risalto alle normative e all’applicazione talvolta spietata di queste. Il tutto da una prospettiva umana interessante e coinvolgente.

Con la fine di Orange is the New Black termina l’ultima serie della prima ondata di prodotti originali sulla piattaforma. E sembra già passato tantissimo tempo dal quel debutto. Il più grande merito della serie è stato quello di proporre un modello diverso di narrazione, interamente al femminile, in un contesto carcerario tradizionalmente a vocazione maschile. Un tipo di scrittura diverso era possibile, e questi personaggi graffianti, cattivi, continuamente messi in discussione l’hanno dimostrato. GLOW, sempre su Netflix e sempre prodotto da Jenji Kohan, raccoglie il testimone.

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