Di episodio in episodio The Boys cambia, si evolve, muta e rinnega quelli che alla partenza parevano punti fermi. Così tanto che nel finale di stagione gli equilibri saranno tutt’altri.
Sono i Super i cattivi, lo capiamo subito, sono egomaniaci, vivono un delirio di onnipotenza proporzionale ai loro poteri, non hanno nessuna etica. Al contrario delle serie sue simili per tematica, target e divertimento The Boys sceglie però di forzare le convinzioni del pubblico ribaltando quello che inizialmente gli ha detto, ed è esattamente ciò che tiene avvinti per tutti i suoi 8 episodi. Non c’è infatti un intreccio molto forte (non lo è la storia tra Hughie e Starlight, molto convenzionale, non lo è quella lentissima dell’operato dei Boys e non lo è quella quasi immobile della Vought che cerca di inserire i suoi Super nell’esercito). Quello che Eric Kripke usa per tenere il pubblico è la sistematica negazione dei presupposti. I Boys ce l’hanno con i Super, i Super capita l’esistenza dei Boys cercano di fermarli. Ma il vero nemico è un altro.

Così mentre i Boys partono come dei duri ma finiscono per non desiderare più la loro missione (tutti tranne Butcher che invece ne è ossessionato), i Super sono progressivamente sempre più mesti, poco super e molto piccini. Lo è Abisso in primis, ma anche A-Train con la sua dipendenza e lo è Queen Maeve incapace di prendere anche solo una vera decisione. Ne uscirà bene Starlight ovviamente, come ne esce bene Hughie, gli unici due punti fissi della serie.
Quel che ben presto diventa chiaro è che ogni personaggio vuole essere altro, ognuno è scontento di quello che è. Chi per un trauma, chi per aspirazioni tradite, chi per delusioni ricevute e chi per senso d’inadeguatezza. Addirittura anche Patriota, il personaggio che sembra più a suo agio con il proprio status, vorrebbe essere altro da quel che è. Questa mancanza li porta a dipendere da altre persone. Tutti, nessuno escluso. Alle volte è la memoria di persone morte, altre volte sono amanti, genitori o altro, ma ognuno dipende da qualcun altro.

Proprio per questo lentamente capiamo che non era vero quel che la serie ci aveva detto nel primo episodio, questa non è una storia di persone normali contro persone con poteri, ma la storia di come una corporazione, la Vought, distrugga tutto e tutti. Superficialmente The Boys dice che ogni forma potere corrompe, sembra una storia di ribellione contro le élite, più sottilmente invece afferma che anche le élite, quelli che paiono potenti, sono pedine e l’origine del male è tutta nel capitalismo. In questo è cruciale Patriota e Antony Starr appare come di gran lunga il più informa di un cast che per il resto non brilla eccessivamente pur riuscendo a tenere un livello medio di recitazione soddisfacente.
L’unico vero cattivo della serie è incarnato benissimo dal lessico della sintassi innocua di Elizabeth Shue (qui inarrestabile MILF in carriera), i cui dialoghi annegano in sorrisi e frasi fatte, non offensive, non aggressive e soprattutto legalmente tutelanti. Come parla, come dice e non dice, come riesce a irritare riciclando quelle locuzioni impersonali con le quali le grandi aziende fingono che tutto vada bene è magistrale. La Vought ha distrutto le persone che oggi sono i Super, e il personaggio peggiore di tutti (Patriota) è tale perché è stato proprio cresciuto dall’azienda, fin da piccolo, ne ha inglobato i valori fino a diventarne l’incarnazione, è potente, inarrestabile, cinico e falso, esattamente come ogni corporation. La Vought ha massacrato le loro vite, causa ogni giorno la morte dei civili, non ha remore di fronte a niente e continua a farlo. Eppure gli uomini, con fare miope, si fanno la guerra tra di loro.

La vera scoperta del finale della prima stagione è come il fatto che ognuno sia insoddisfatto di quel che è sia dovuto in una maniera o nell’altra alla Vought. La grande società posiziona tutti quanti senza riguardo per quel che sentono, vogliono o desiderano, passa sopra ai desideri e frustra le aspirazioni.
E qui sta parte del ribaltamento dei Super, i nemici iniziali che lentamente sono sempre meno tali, perché anch’essi maltrattati dalla grande azienda, meri impiegati all’oscuro di molto. Alla fine l’immagine che chiude la prima stagione rappresenta proprio quest’ambiguità, qualcuno si è ribellato alla Vought e la scoperta che facciamo ha sia il sapore della giustizia che quello più preoccupante dell’ingiustizia.

Il peccato originale della Vought è proprio aver creato i supereroi. È evidente infatti che al centro di The Boys c’è la condanna di ciò che il supereroismo fa a noi. Il fatto che persone comuni siano felici di appaltare ad altri la cura dei loro interessi e dei loro diritti, invece di occuparsene in prima persona (questo è il conflitto del protagonista Hughie) è ciò che scatena il vero livore. I supereroi sono sbagliati come concetto, dice la serie. Sbagliati nel mondo di The Boys e sbagliati come sogno e aspirazione nel nostro di mondo. Sono non pochi infatti i richiami all’ossessione che il cinema e quindi quella parte di mondo che lo segue ha alimentato intorno al supereroismo (in un episodio sono affiancati Tara Reid e Billy Zane nel ruolo di se stessi e Haley Joel Osment in un esilarante quasi ruolo di sé stesso).

Questa è la seconda impresa, complicatissima, della serie: ribaltare da positivo a negativo ogni immagine, ogni azione e ogni dettaglio legato al supereroismo. I Super si muovono come gli eroi Marvel e DC, atterrano come loro, vestono come loro, stanno nelle loro pose e hanno poteri simili, ma ogni volta che sentiamo i suoni a loro associati (la library di SFX pare proprio la stessa dei film di supereroi) non è mai un momento positivo. Un mantello che vola è sinonimo di problemi, il sorriso tranquillizzante è sinonimo di falsità, l’uso della forza spaventa, l’approvazione delle persone è pericolosa, maldiretta e ingannevole. Anche l’approvazione dei media è un truffa. Ognuno di quei segni audiovisivi che i film di supereroi sfruttano per alleggerire o tirare su il morale del pubblico qui è usato come anticamera di qualcosa di brutto in un ribaltamento costante ed efficace. Come se l’obiettivo fosse cambiare quel che pensiamo quando vediamo Iron Man o Superman, come se Eric Kipke avesse dichiarato guerra al supereroismo e volesse rovinargli il pubblico.

Non era facile prefiggersi tutto questo in una serie con molti personaggi tutti curati e tutti molto ben cesellati (Latte Materno e Francese forse sono i più sorprendenti in questo senso). Tale è la cura che The Boys migliora di episodio in episodio invece di spegnersi, più conosciamo i personaggi meno ci basta per capire cosa pensano o come stiano evolvendo i loro problemi.
Ed è bello che senza enfasi i veri vincitori siano i personaggi femminili. Al di là di Starlight (che per essere il buonismo fatto personaggio è anche troppo tollerabile), Queen Maeve con i suoi dubbi umanissimi e Femmina della specie (ancora non chiamata in questa maniera) che sogna solo di tornare dal fratello, sono realmente dei caratteri inediti, non riconducibili a nessuno dei soliti archetipi. Sono persone autonome e non maschere.

CORRELATO A THE BOYS RECENSIONE