Under His Eye è forse l’episodio più claudicante di questa terza stagione di The Handmaid’s Tale fino ad ora e per diverse ragioni, per lo più legate al fatto che palesa in maniera evidente alcuni punti deboli della serie che fino ad ora gli autori avevano cercato saggiamente di dribblare, senza mai affrontarli in maniera così aperta come viene invece fatto in questa circostanza.
Ci riferiamo in particolare a qualcosa a cui abbiamo già fatto cenno nelle passate recensioni, l’apparente impunibilità di June e ad un nuovo elemento, che è stato introdotto in questa stagione con la storyline legata a Nichole ed al tentativo degli Waterford di riaverla dal Canada e la delicata situazione diplomatica che ne è scaturita.

Partendo dal primo punto, in questa puntata in particolare, June fa delle scelte discutibili che finiranno per costare la vita alla martha che si occupa di sua figlia Hannah senza che questo abbia però delle vere conseguenze su di lei: decisa a vedere la figlia usando l’informazione che Serena Joy le aveva dato sulla scuola che la bambina frequenta, June, senza un piano preciso o l’intenzione di farla fuggire, ma solo per il desiderio di vederla, si fa dire dalla donna che la accudisce quale sia il momento migliore per provare ad incontrarla, senza rendersi conto che la sua pericolosa compagna di passeggiate, Ofmatthew, sta spiando il suo comportamento sospetto.
Per portare a termine quello che sembra quindi più un egoistico capriccio, che una vera e propria necessità, June, alla quale è interdetto di andare in giro da sola, finisce per coinvolgere, mentendole, anche la signora Lawrence, che soffre chiaramente di bipolarismo, per ottenere di essere accompagnata, rischiando così di inimicarsi anche un uomo potenzialmente molto pericoloso come il Comandante Lawrence, che continua a rimanere – a sei episodi dall’inizio della stagione – decisamente nell’ombra.
Sebbene comprendiamo perfettamente il dolore di June ed il suo bisogno di essere rassicurata sulle condizioni della figlia, nel delicato momento storico che Giliad sta passando, con la sensazione generale che vi sia un inasprimento delle regole nei confronti delle donne (anche a Boston si cominciano infatti a veder delle ancelle indossare la stessa museruola vista a Washington), non è più accettabile che la protagonista agisca di impulso senza soppesare le conseguenze delle proprie azioni, quando dovrebbe piuttosto cominciare a fare della vera, meditata, strategia, se vuole avere la speranza di sopravvivere e salvare la sua primogenita.
Il suo colpo di testa, infatti, oltre a mettere seriamente a repentaglio la sicurezza della signora Lawrence, che avrà una crisi di fronte ai soldati a guardia della scuola, non porterà nemmeno a farle vedere Hannah, della quale sentirà solo la voce mentre gioca al di là di un muro, e si concluderà con la denuncia da parte di Ofmatthew che porterà, come accennavamo, ad una pubblica esecuzione della martha che si è presa cura della figlia e che verrà eseguita dalle ancelle stesse come uno dei loro tanti “doveri”.
Come se ciò non bastasse, quando June viene a sapere di essere stata tradita dalla sua compagna di passeggiate, perderà completamente il controllo, e la aggredirà fisicamente (e ricordiamo che Ofmatthew è incinta), come se l’unica responsabile di quanto avvenuto fosse lei ed il suo capriccio di vedere Hannah non avesse minimamente influito sul precipitare degli eventi.

Un altro punto che ci ha lasciati perplessi è la delicata trattativa diplomatica portata avanti dalla Svizzera che ha aperto un canale di comunicazione tra Gilead ed il Canada, che così tanti rifugiati ha accolto nei suoi confini. Il piano del Comandante Winslow è più che evidente e viene chiaramente palesato, lui vorrebbe che Fred tenesse il più a lungo possibile la piccola Nichole in Canada, perché alla sua eventuale restituzione questo canale potrebbe essere chiuso per sempre, mentre nell’ombra il governo è intenzionato a dimostrare ai canadesi come i rifugiati accolti siano in realtà dei terroristi che meritano di essere quindi estradati.
Il problema con questo approccio narrativo è però che gli autori hanno trascorso ben due stagioni a costruire l’immagine di porto sicuro del Canada ed al momento non ci è dato comprendere per quale ragione al mondo questo governo stia quindi anche solo prendendo in considerazione l’idea di aprire un tavolo di trattative con Gilead. Le possibilità che davvero i loro vicini, nonostante la loro decantata superiorità militare, prendano davvero le armi ed agiscano nei confronti del governo canadese sembrano remote, che cosa stanno quindi cercando di ottenere i canadesi? Se questo è un modo per avvicinarsi a Gilead e raccogliere più informazioni possibile, sarebbe forse più interessante, dal punto di vista dello sviluppo della storia, conoscere i retroscena di questo tentativo sui generis di spionaggio, ma il loro rifiuto di usare le informazioni fornite da Nick nella scorsa puntata, sembrano smentire anche questa possibilità.

The Handmaid’s Tale, in sostanza, ha bisogno a nostro avviso di maggiore concretezza per far evolvere la storia e non solo di primi piani sul volto combattivo della protagonista, che continua tuttavia a comportarsi in maniera irrazionale e spendere energie per battaglie del tutto inutili.

Premesso questo, Under His Eye è un episodio che conserva alcuni momenti di nota, come per esempio l’evoluzione del rapporto tra Serena Joy e Fred, i quali, abbagliati dalle luci della capitale, hanno chiaramente un futuro brillante di fronte a loro e stanno tornando a formare un fronte unito ed invidiato contro tutto il mondo, dimostrando come la loro reciproca sete di potere e di possesso, possa superare qualsiasi ostacolo, compreso un atto violento come l’amputazione di un dito.
E proprio a proposito di avidità, che sembra essere il sentimento dominante che muove non solo gli Waterford, ma anche i loro nuovi amici ed alleati, gli Winslow, una delle scene di maggiore impatto della puntata è forse quella in cui Olivia Winslow accompagna Serena Joy a visitare una casa, prospettandole l’idea di rimanere lì assieme al marito lasciando Boston.
L’abitazione, un’elegante villa in un quartiere chiaramente esclusivo di Washington, sembra congelata nel tempo mentre le due donne si aggirano tra le stanze facendo commenti casuali sulla loro luminosità ed ampiezza ed ignorando come quel luogo sia stato chiaramente teatro di qualcosa di orribile. I fantasmi delle persone che hanno abitato tra quelle mura sono evidenti in ogni stanza e tutto è rimasto intatto, come nel momento in cui la famiglia che vi abitava è stata probabilmente forzata a fuggire, arrestata o peggio, uccisa e obbligata comunque a lasciarsi alle spalle tutto ciò che aveva costruito in una vita.
Mentre Serena Joy agisce e reagisce chiaramente spinta dal suo accecante desiderio di avere una famiglia, la noncuranza di Olivia per ciò che quelle mura rappresentano è persino più agghiacciante, come lo è l’indifferenza con cui rivela che i precedenti proprietari erano dei battisti, come se questo fosse sufficiente ad inquadrarli come esseri indegni di attenzione ai suoi occhi.

Ipocrisia e avidità sono due mali che vanno chiaramente a braccetto nella privilegiata società della capitale che si intrattiene in eleganti balli e parole vuote mentre tortura gli elementi più deboli della sua società e gli Waterford non sembrano solo essere perfettamente a loro agio in quella atmosfera decadente, ma promettono di diventarne anche due membri di spicco, il che – nonostante tutto – è comunque una piega narrativa più coerente e decisamente più interessante per questa coppia del falso ravvedimento del personaggi interpretato da Yvonne Strahovski.

La terza stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia è trasmessa il giorno successivo su TimVision.

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