La morte di Frances, la Marta che si prendeva cura della piccola Hannah ed è stata accusata di averla messa in pericolo ed il conseguente ricollocamento in altro luogo della famiglia Mackenzie lontana da Boston, sembrano aver spezzato qualcosa nella protagonista di The Handmaid’s Tale che, in questo 8° episodio, agisce con una freddezza ed una spietatezza che non le abbiamo mai visto adottare prima, nonostante le angherie e le torture subite. E’ una piega interessante presa dalla narrazione, decisamente inaspettata, ma che pone lo spettatore di fronte ad un’alternativa che storicamente sappiamo essere più che plausibile: è possibile che una vittima si trasformi in carnefice? Ed è questo che succederà a June?

Ciò che Ofmatthew (Ashleigh LaThrop) ha fatto alla sua compagna di passeggiate è stato senza ombra di dubbio molto meschino, la sua denuncia ha portato alla morte di una donna innocente, in parte provocata anche dal comportamento irrazionale di June, ma il modo in cui quest’ultima decide di vendicarsi, non solo mettendole contro tutte le altre Ancelle, ma anche usando come un’arma contro di lei una confidenza fattale in un momento di evidente debolezza, dimostra come la misura sia colma per la nostra eroina, che sembra oramai completamente immune a qualsiasi minaccia e pare essersi avviata su un cammino di autodistruzione.
La sfacciataggine con cui sfida zia Lydia, la mancanza di pietà con cui accusa Ofmatthew di non volere la sua bambina, l’impassibilità, se non il sollievo, con cui assiste alla morte della bambina di Ofandy, soffocata dal cordone ombelicale durante il parto, ed il modo aggressivo con cui si rivolge al Comandante Lawrence, che accusa di non avere affatto a cuore la sorte della moglie come invece finge di fare, sono sicuramente tutti sintomi di un male provocato da anni di vessazioni ed inutili tentativi di mascherare il proprio odio per le persone che la circondano, ma stanno anche causando una serie di conseguenze davvero disastrose, come l’annuncio del suo allontanamento dalla casa dei Lawrence, che significherà tornare a subire violenze continue per mettere al mondo il figlio di qualcun altro ed in ultimo la sparatoria che ha coinvolto Ofmatthew.

Sebbene sia razionalmente difficile comprendere il comportamento della pia e rispettosa Ancella che ha denunciato June e Frances, non bisogna dimenticare che ognuno affronta e gestisce un trauma con le armi che riesce a racimolare ed Ofmatthew non è più colpevole di quanto lo sia June nel momento in cui decide di fare della sua compagna di passeggiata il bersaglio della sua rabbia, al punto tale da spingerla a quel tragico gesto con cui si concluderà l’episodio e che ne decreterà probabilmente la morte.
Dal punto di vista della regia, quella del supermercato è forse una delle scene più intense e meglio riuscite di questa terza stagione, con il pubblico che – per la prima volta dall’inizio della serie – avrà l’opportunità di vedere il mondo dalla stessa prospettiva delle Ancelle mentre indossano le alette che ne compromettono la visuale. Così vediamo infatti Ofmatthew aggredire la povera Janine prima ed uccidere una guardia a cui poi ruberà la pistola, che punterà freneticamente prima contro June, che le sorride con un certa aria di sfida, e poi contro zia Lydia prima di essere fermata poco prima di premere il grilletto.

Unfit non è tuttavia solo un episodio in cui le carte verranno brutalmente rimescolate per la protagonista, ma anche quello in cui ci viene finalmente mostrata la vita di zia Lydia per-Gilead.
Lydia o la Signora Clements (Ann Dowd), come era chiamata prima, era una devota insegnante delle elementari con un matrimonio fallimentare alle spalle, con un debole per il preside della scuola per cui lavorava, il signor Warren (John Ortiz) ed un grande affetto per uno dei suoi studenti, il piccolo Ryan, la cui madre Noelle, una cameriera un po’ sbandata che cercava di sbarcare il lunario per dare al figlio tutto ciò di cui aveva bisogno, già a quei tempi non rappresentava per lei un ideale di madre.
Da alcuni accenni che vengono fatti durante il flashback è chiaro che ci troviamo agli albori di quello che sarà poi il nuovo governo repressivo le cui regole Lydia sposerà poi con tanta convinzione ed è con una certa amarezza che ci verrà mostrato come tutto il suo astio ed il suo odio represso non siano altro che la risposta all’umiliazione subita per il rifiuto del preside di cedere alla passione dopo un primo appuntamento che sembrava essere stato perfetto, prima che i due finissero sul divano e lui non le dicesse di avere bisogno di più tempo per abituarsi all’idea di stare con un’altra donna dopo la morte della moglie, avvenuta 3 anni prima.
Il fatto che tale rifiuto sia avvenuto dopo che Noelle, presa sotto l’ala protettrice di Lydia assieme a suo figlio, l’avesse incoraggiata a prendere l’iniziativa e farsi avanti, regalandole dei trucchi per prepararla all’appuntamento, sarà per colei che il piccolo Ryan aveva cominciato affettuosamente a chiamare “zia Lydia” motivo di acrimonia nei confronti della donna, tanto da arrivare a denunciarla ai servizi sociali e farle portare via il figlio, il primo di una lunga serie di bambini che strapperà poi dalle braccia delle legittime madri.

Con Hannah ormai lontana e le speranze di riabbracciarla sempre più remoti, June si trova di fronte ad un bivio e dovrà affrontare probabilmente una delle decisioni più difficili che abbia mai dovuto prendere: perdere se stessa e lasciarsi fagocitare come zia Lydia dal suo odio o ritrovare se stessa e tornare combattere e resistere per la giusta causa.

La terza stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia è trasmessa il giorno successivo su TimVision.

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