Sembra passata una vita da quando Agents of S.H.I.E.L.D. muoveva i primi passi. Un po’ perché è vero. I fratelli Russo dovevano ancora dirigere Captain America – The Winter Soldier, film che avrebbe segnato il cambio di passo per la serie, e il progetto Marvel su Netflix, ormai concluso, doveva ancora iniziare. La serie di quelle settimane era molto più chiusa e circoscritta nella sua scrittura, avanzava a tentoni e impaurita, attenta a non pestare i piedi ai giganti. Se invece c’è qualcosa che ha definito la serie in seguito è stata proprio la sua dinamicità, il fatto di non riconoscere la stasi e l’equilibrio come mete da raggiungere. Per Agents of S.H.I.E.L.D. tornare all’equilibrio significa ristagnare, e quindi deve esserci sempre qualcosa di più alto, o almeno diverso, a cui tendere.

Il doppio finale della sesta stagione si basa su questo assunto. La storia raccoglie tutta l’eredità della storyline dei Chronicom disseminata lungo la stagione, e la trasforma in uno strumento per lanciare se stessa oltre il pericolo di una stasi. Era più che logico aspettarsi un cliffhanger che avrebbe aperto la porta alla settima e ultima stagione dello show, e così è avvenuto. Mentre Daisy e gli altri sventano la minaccia di Izel, i fili dell’intreccio si muovono dietro le quinte, e già una nuova situazione tutta da esplorare si profila all’orizzonte. Nel suo tendere al futuro, tuttavia, la serie rischia di lasciare indietro il presente, o di far emergere troppo la necessità di chiudere anche bruscamente quanto aperto.

Si tratta di una sensazione che emerge a tratti nelle due puntate, intitolate The Sign e New Life. Izel sta per mettere in pratica il suo malefico proposito di distruzione. Karolina Wydra, interprete del personaggio, qui ha qualcosa da fare in più rispetto alle altre puntate, ma la scrittura del personaggio non riceve mai la grazia di un particolare approfondimento. Ancor meno ispirata visivamente è l’ambientazione oltre il portale da lei aperto, tre figure incappucciate e tre pietre da incastonare negli appositi vani. Nulla di memorabile o diverso rispetto al tempio dove si trovano anche Mack e Yo-Yo, e dovrà servire una fotografia diversa per sottolineare la differenza.

Per fortuna, a collegare queste due ambientazioni, dal punto di vista narrativo, ci pensa May. Posa da combattimento che cita Mulan – come ha confermato la stessa Ming-Na Wen – e l’agente è pronta a combattere senza lasciarsi intimidire dalla coppia Izel e Sarge. Peraltro in May risiede il cuore emotivo più importante, quello che la lega alla piccola porzione di Coulson che ancora vivrebbe in Sarge, ma che si affievolisce sempre più. Qui la scrittura sorprende per certi versi, delude per altri. Sarge infine soccombe, nessuna rendenzione per lui, ciò che di buono esisteva nella sua mente non è abbastanza forte, e alla fine verrà sconfitto. Forse si poteva capitalizzare meglio la lunga scrittura del personaggio.

Ma i rischi corsi dei protagonisti sono tangibili e capaci di regalare anche bei momenti: è il caso di May e Yo-Yo. Normalmente non ci preoccuperemmo, ma, con una sola stagione rimasta, il dubbio su una loro scomparsa è legittimo. In realtà, mentre il gruppo riesce a limitare la minaccia zombie, genere con cui si gioca parecchio negli episodi, viene anche trovata una soluzione per salvare la vita a tutti. Anzi, si raddoppia. In chiusura di stagione, Simmons svela infatti che Coulson è tornato (abbiamo perso il conto ormai), stavolta sotto forma di versione Life Model Decoy. La serie non riesce davvero a fare a meno di Clark Gregg, e anche per l’ultima stagione l’attore e il personaggio torneranno.

Sconfitti Izel e Sarge grazie alle doti di combattimento combinate con i poteri speciali di alcuni membri del gruppo, tutto sembra arrivare finalmente ad un equilibrio. Ma appunto, questo contrasterebbe con le regole base di Agents of S.H.I.E.L.D., le stesse che tra le altre cose vedono sempre Fitz e Simmons separati. Ecco quindi che Enoch arriva per avvertire i suoi amici che i Chronicom hanno deciso di impiantare sulla Terra la loro colonia. La base è distrutta, non c’è tempo per contrattaccare. O forse sì. In effetti, Simmons svela di aver avuto proprio molto tempo per pensare a delle contromisure. Lo Zephyr, opportunamente modificato, viaggia nel passato fino ai primi anni ’30.

Il Proibizionismo è in vigore, l’Empire State Building è forse l’edificio più alto al mondo, e una giovanissima agente Carter potrebbe essere in giro. Da qui riparte il gruppo, pronto ad affrontare la sua ultima sfida.

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