Carnival Row impiega un’intera stagione a spiegare che tipo di storia vuole raccontare, e solo negli ultimi minuti il quadro diventa davvero chiaro per lo spettatore. Per l’effetto sorpresa è determinante il fatto che lo show abbia la caratteristica rara di basarsi su un soggetto originale. Eppure i riferimenti non si contano: la serie Amazon Prime Video fonde infatti poliziesco, temi sociali, urban fantasy e, attenzione, epica televisiva contemporanea. Qui c’è un’idea di racconto tipicamente televisivo e pensato per la televisione, con le sue storyline parallele che corrono dritte per la loro strada, ma anche con una narrazione non sempre a fuoco e qualche pausa di troppo. Carnival Row dimostra quindi qualche incertezza nella sua corsa stagionale, ma il finale restituisce un gusto particolare a tutta l’operazione e lascia con la voglia di conoscere il seguito della storia.

Anche se il mondo e i luoghi sono inventati, l’ambientazione è modellata su quella di un’ideale Londra vittoriana. Qui c’è una città in cui gli uomini convivono con creature fantastiche. Ma si tratta di una convivenza senza dubbio impari, in cui le fate, i puck, e le poche altre creature che vedremo sono relegate ai margini. In un’ambientazione simil-ottocentesca – anche se questo non è il nostro mondo – questi esseri sono relegati al ruolo di servitù presso i nobili, o manodopera, quando non di prostitute, nel caso di alcune fate. In un clima di crescente ostilità, che tiene banco nelle sessioni del parlamento, la città viene scossa da una serie di brutali omicidi.

Orlando Bloom interpreta l’ispettore Rycroft Philostrate, mentre Cara Delevingne è la fata Vignette Stonemoss. Completano il cast di volti noti Jared Harris, qui nel ruolo del cancelliere Absalom Breakspear, mentre Indira Varma è sua moglie Piety. In una serie in cui la coppia di protagonisti non brilla, sono i comprimari a colpire di più. Spicca ad esempio Simon McBurney, nel ruolo di un artista di strada che prova a esibirsi, non senza difficoltà. Ma anche Tamzin Merchant e David Gyasi, che interpretano due personaggi molto distanti, ma che si avvicineranno nel corso della storia.

Se da un lato la storia lascia intendere da subito una storia d’amore tormentata tra i due protagonisti, Rycroft e Vignette, destinati a stare insieme, ma separati dalle circostanze, in realtà l’intreccio ci porterà altrove. Ed è solo una delle sorprese che Carnival Row riserva in appena otto episodi. Come detto, qui ci sono più sottotrame, più riferimenti, talvolta sconnessi tra di loro.

Con ordine, al principio la serie è soprattutto una variazione sulla storia di Jack lo Squartatore. I misteriosi e terribili omicidi seriali sconvolgono la città e spesso riguardano le fasce più deboli, che come abbiamo visto corrispondono alle creature mitologiche. L’ambientazione familiare fa il resto. Eppure l’indagine e l’efferatezza dei crimini sono diluiti sempre più nel corso delle puntate, la sottotrama si sfalda e altre prendono il sopravvento. Ad esempio, sarà facile immaginare che Carnival Row è anche una storia che fa del pregiudizio, quando non dell’aperto razzismo, il suo tema centrale. E lo fa su vari livelli, che vanno dal soffocamento della cultura alla ghettizzazione delle minoranze alla deportazione forzata. Inutile sottolineare gli echi alla contemporaneità.

Ma, ancora, c’è dell’altro. Guillermo Del Toro era inizialmente legato al progetto come produttore, co-autore e regista. Poco è rimasto di quella collaborazione, la serie è curata da René Echevarria, già creatore di 4400, e da Travis Beacham, che ha scritto la sceneggiatura cinematografica su cui è basata la serie. Eppure, per varie circostanze, oltre a sposarsi bene con i temi storici di Del Toro, la serie ha in alcuni echi inconfondibili da La forma dell’acqua, alla quale sarà difficile non pensare.

Infine ci sono gli intrecci politici, vera trappola di sceneggiatura, alla quale daremmo poca importanza al principio, solo per scoprire che la vera storia è proprio qui. Carnival Row è una vicenda che parla di famiglie, di segreti, di personaggi spregevoli attirati dal potere e corruttibili, ma anche di eroi che dovranno farsi avanti per reclamare ciò che è loro. Tutto ciò è abbozzato o sospeso, ma ha una fiammata improvvisa in un episodio finale che manipola l’intreccio e il senso di alcuni personaggi. Qui Carnival Row scopre le sue carte e i suoi riferimenti, e Il Trono di Spade, quello dei primissimi esordi, è in cima. Si tratta infatti di un finale che riprende palesemente le soluzioni narrative della prima stagione della serie HBO: utilizza lo stesso elemento di rottura dell’equilibrio per rilanciare la storia, definisce una volta per tutte “buoni” e “cattivi” e costruisce per un personaggio particolare un background a modo suo epico. Si parla di stilemi classici, intendiamoci, ma il modello di riferimento più recente non può essere ignorato.

Come detto, per arrivare a questa chiusura così forte si richiede un percorso lungo e laborioso. E si tratta di un processo per certi versi traumatico e non del tutto fluido. Alcuni personaggi sono dimenticati per molto tempo, alcune storyline finiscono in una pausa indefinita, altre sono del tutto slegate. L’obiettivo allora è arrivare ad una condizione sospesa che rilancia la serie verso una seconda stagione già confermata, ma pregna di conflitti da sviluppare. Carnival Row quindi non è elegante nel suo sviluppo, ma ha il merito, poche settimane dopo The Boys sempre su Amazon, di cercare di costruire una narrazione di genere e di lungo periodo.

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