Per un prodotto come Euphoria, serie tv targata HBO la cui prima stagione si è conclusa lo scorso 4 luglio, la definizione di teen drama risulta calzante solo in parte. Certo, le tematiche affrontate dallo show – adattamento statunitense dell’omonimo format israeliano – affronta situazioni e tematiche non propriamente inedite: adolescenti travagliati che sperimentano droghe e sesso, malsopportando la scuola, esasperando i genitori e minacciando di far deragliare la propria vita ancor prima che inizi davvero. Eppure, Euphoria è riuscita a trovare un modo per dire qualcosa di nuovo – o, piuttosto, dirlo in modo diverso – risultando stranamente avvincente, affrancandosi dal rischio di un derivativismo esasperato.

La serie, scritta da Sam Levinson, vede Zendaya nei panni di Rue, un’adolescente tormentata che ricerca negli stupefacenti la felicità – o, quantomeno, una sorta di apatica serenità – che sembra esserle preclusa in stato di sobrietà. Nella sua vita irrompe Jules (interpretata magnificamente da Hunter Schafer), che evolve da nuova migliore amica a interesse amoroso e che va ben presto a sostituire la dipendenza dalle droghe con un rapporto che, sotto molti punti di vista, replica l’additiva tossicità degli allucinogeni. Parafrasando il titolo italiano di un celebre film di Truffaut, la sua droga si chiama Jules. Rue ha inoltre una sorellina che adora e una mamma che non la capisce del tutto; l’intero nucleo familiare tutto al femminile è sopravvissuto al trauma della morte del padre, cui Rue era teneramente legata e di cui indossa tuttora gli abiti.

Frattanto, i compagni di classe della ragazza s’innamorano, si scopano e fanno uso d’ogni genere di droga, mandano foto nudi, si odiano e si fanno del male. Euphoria presenta molti personaggi allo spettatore, ma non si aspetta che si affezioni immediatamente a tutti, ponendo Rue in prima linea come spina dorsale della serie: è lei la narratrice della storia, e le vicende di tutti gli altri protagonisti vengono descritte come confidenze successivamente fatte alla ragazza. Il risultato è curiosamente affascinante, un lento viaggio, a tratti ultraterreno, in una valle di adolescenti dai corpi perfetti in cui le eccezioni, come la prosperosa Kat (Barbie Ferreira), vivono la propria condizione di diverso in modo malsano e foriero di reazioni estreme. A prescindere dalla forma fisica, tuttavia, i personaggi di Euphoria sembrano essere universalmente danneggiati e portatori di una violenza immotivata; o, per meglio dire, immotivata prima che al pubblico venga rivelato ciò che li ha portati a quel punto.

Sia chiaro: non è facile simpatizzare con Rue, almeno in un primo momento. Spesso si comporta in modo ingiustificabile, nonostante le tragedie che ha vissuto e che vengono svelate durante i primi episodi, ma la forza della sua figura sta nell’incrollabile verosimiglianza di ogni passo falso che compie. Inoltre i suoi exploit, similmente a quelli dei protagonisti di Skins o Trainspotting (riferimenti più che evidenti per la serie di Levinson), riescono spesso a risultare tragicamente comici. È avvincente osservare come la ragazza eluda il test delle urine, o balli sulle pareti e sul soffitto quando è sotto l’effetto di stupefacenti, o si sforzi di raggiungere il bagno in una situazione di annichilente depressione che la porta a un passo dal collasso renale.

Euphoria 2

A Levinson, figlio del regista Barry, va il merito di aver scritto ogni episodio dello show, oltre ad aver diretto cinque dei suoi otto episodi. Mentre la sua straordinaria estetica visiva – in parte figlia di David Fincher, in parte di Nicolas Winding Refn – è un tripudio orgasmico per gli occhi, la pungente satira sociale del suo Assassination Nation sembra messa da parte in favore di un approccio più intimista. Spesso, le immagini sono così incredibilmente sbalorditive, i suoni così ipnotici e la fotografia così rutilante, che lo spettatore è indotto a ignorare diverse goffaggini di sceneggiatura, cliché e didascalismi che nemmeno questo meraviglioso cast, guidato dall’eccellente performance di Zendaya, è in grado di nobilitare del tutto.

Ci sono scene, in questa prima stagione, che sembrano create ad arte per disturbare; eppure, ogni momento è pensato come riflesso veritiero della vita dei personaggi. Euphoria è un dramma adolescenziale i cui afflati tendono immancabilmente all’onestà della rappresentazione di cosa significhi essere adolescenti: per creare il suo mosaico giovanile, lo show incastra le tessere delle peggiori esperienze immaginabili, che però risultano tutt’altro che impossibili. Proponendosi di raccontare la dura realtà dei diciassette anni, quando ogni flirt o insulto sembra essere questione di vita o di morte, Euphoria trova in quest’ottica la propria chiave di volta, nonché lo strumento ultimo – assieme alla sua già elogiata estetica – per una promozione con ottimi voti.

Come tutte le opere con una forte identità, Euphoria sarà un’esperienza estremamente spiacevole per una fetta di spettatori. Per altri, potrà rivelarsi catartica. La stagione si sviluppa in un crescendo che culmina con un finale musical che trasuda barocchismo pop, e Levinson non ha mai paura del simbolismo esplicito: c’è persino una scena in cui, non appena Jules si allontana da Rue, la giornata luminosa e soleggiata lascia il posto a nuvole e pioggia. Il sole di Rue è sparito, tutto ciò che rimane è la sua dipendenza (non più dalle droghe, ma dalla sua sfuggente amata).

È, quello narrato nella serie, un mondo in cui il revenge porn può essere letale quanto arruolarsi nell’esercito durante la guerra del Vietnam, in cui la salute mentale è un parassita più grande dell’AIDS. Sono questi i mostri del nuovo millennio, diversi ma ugualmente feroci rispetto a quelli che falciavano la gioventù degli anni ’70 e ’80. Il futuro non ha nulla di rassicurante per questi ragazzi, e la valuta di scambio principale sembra essere l’empirismo del sesso occasionale o dell’abuso di stupefacenti. Quasi tutti i protagonisti di Euphoria sono nati dopo il 2000, ereditando dai propri genitori un mondo in decomposizione, e anche se il loro sdegno potrebbe sembrare difficile da capire, esso è solo il vergognoso specchio del disastro attuato da chi li ha preceduti. Le colpe – consapevoli o meno – dei padri ricadono sui figli, a creare una generazione che, tra glitter e neon, si dedica con rassegnata apatia al cannibalismo e all’autodistruzione.

Euphoria 3

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