C’è pochissimo wrestling nella terza stagione di GLOW, ma questo non è quasi mai un problema. La prima stagione della serie di Liz Flahive e Carly Mensch elaborava la costruzione di un gruppo di lottatrici per caso, o meglio ancora per necessità economiche. La seconda stagione entrava nel profondo delle dinamiche di gruppo, raccontando la maturità nel rapporto di amicizia e rivalità tra Ruth e Debbie. La terza stagione archivia problematiche economiche e conflitti interni tra le protagoniste: il lavoro c’è e il gruppo è solido. Potrebbe essere un problema, ma è qui che la serie Netflix raccoglie l’eredità del lavoro del passato, e riesce a offrire comunque una stagione molto godibile.

Questa è una serie che alla terza stagione ha raggiunto un grado di maturità tale da potersi appoggiare anche solo sull’interazione tra le sue protagoniste. Di fatto questi dieci episodi ne sono la prova continua: l’intreccio è labile, le piccole storyline talvolta cadono nel vuoto, vari personaggi di contorno, a partire dalla new entry Geena Davis, non sono sfruttati al meglio. Ma GLOW sopperisce a queste mancanze grazie alla forza del gruppo e alle sue individualità. È innegabile che Debbie e Ruth siano la forza propulsiva tra le protagoniste, ma ogni volta che la serie chiede respiro – o il cambio sul ring, per restare in tema – alle altre, le trova sempre pronte.

Le ritroviamo tutte a Las Vegas a gestire al meglio l’opportunità che è stata loro concessa. Si esibiscono ogni sera in uno spettacolo ormai collaudato, con i soliti ruoli cuciti su misura: Zoya, Liberty Bell, Britannica e le altre. Dietro le quinte, Basch e Marc gestiscono lo spettacolo. La stagione ci racconta questa nuova lunga esperienza professionale, che tuttavia procede senza gli scossoni violenti che ci si potrebbe aspettare. Ci sono relazioni che passano momenti difficili, persone che dovranno affrontare crisi personali o dovranno reinventarsi in qualche altro modo. Ma non è mai la forza della storia in sé a trascinare la storia, quanto i personaggi.

La stagione accompagna con un respiro rilassato le vicende dei personaggi. Ci sono episodi più chiusi, tra cui uno molto intenso in cui le protagoniste si concedono una gita in montagna, e altri più frettolosi, in cui vedremo degli stacchi temporali anche di un certo rilievo. Il senso del dramma immediato viene meno, ma GLOW funziona scavando più nel profondo, ricavandosi una nicchia nei piccoli, anche semplici momenti vissuti nel presente. Ecco allora che le sequenze in cui Ruth e Debbie scherzano senza freni solo altrettanto importanti rispetto ai confronti diretti.

Alison Brie e Betty Gilpin si donano con grande naturalezza e passione al ruolo, non chiedono niente per se stesse, abbracciano tutte le spigolosità dei loro personaggi, che sono tutt’altro che perfetti. La serie torna a parlare di donne, di discriminazione, razzismo, pregiudizi di qualunque genere, legati all’età, al genere, all’etnia. Ma lo fa senza indulgenza rispetto alle protagoniste che devono veicolare quei temi. Se c’è un percorso di apprendimento, questo coinvolge in prima persona le stesse donne della serie, e non è detto che alla fine la lezione venga appresa.

Dietro i suoi costumi sgargianti e le sue recite sul set, dietro una storia che, come detto, non offre picchi superficiali di dramma, GLOW pone attraverso Ruth e Debbie questioni scomode. Sul sogno americano e sui ruoli sociali imposti, ma anche sulla la difficoltà di venire a patti con i propri orizzonti professionali. Il tutto raccontato con la dovuta complessità, senza facili risposte, che in effetti non esistono. GLOW rimane un prodotto intelligente e stratificato, che forse inizia ad avere il fiato corto, ma che continua a respirare grazie alle sue protagoniste.

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