Liars è l’episodio di The Handmaid’s Tale che noi tutti stavamo aspettando, quello del riscatto e dell’azione e nonostante qualche incongruenza, arrivati alla fine della sua visione risulta senza dubbio una delle puntate più galvanizzanti di questa stagione, soprattutto per quanto concerne ciò che avviene tra Serena Joy e Fred.

Dalla loro permanenza a Washington D. C. il rapporto tra gli Waterford era tornato ad essere saldo come un tempo, tanto che Serena Joy – alla fine dello scorso episodio – aveva parlato al marito del suo incontro con Mark Tuello e della possibilità di chiedere il suo intervento per il rimpatrio della piccola Nichole. Già da quel momento e considerato soprattutto il genere di scambio che c’era stato tra i due in Canada, avevamo messo seriamente in dubbio che l’uomo fosse disposto a consegnare loro la figlia di June, rendendo difficile capire per quale ragione Serena Joy volesse davvero usarlo come tramite, ma la risposta è in un certo senso insita in tanti piccoli dettagli del viaggio che vede protagonista la coppia e che hanno il sapore di un congedo.

Serena Joy saluterà per esempio la sua Marta, ringraziandola per l’affetto dimostrato verso Nichole, come non dovesse più rivederla, avrà con il marito uno dei più sinceri scambi dall’inizio dello show (in cui Fred non solo si scuserà con lei dicendole di non essersi reso conto a quanto lei avrebbe dovuto rinunciare della sua vita, ma anche per il fatto di non averle potuto dare dei figli) e si concederà persino a lui dopo quello che supponiamo essere stato davvero molto tempo.

A intervallare questi idilliaci momenti sarà la loro reciproca professione di fede verso Gilead, di cui elogeranno nel loro viaggio molte di quelle che loro considerano le migliorie che ha apportato alla vita degli ex americani, mostrandoli come un fronte unico, disposto a rinunciare a tutto ciò che hanno conquistato solo ed unicamente per amore dell’altro o almeno questo è ciò che Fred crede.
I piani di Serena Joy, infatti, sono ben diversi e dimostrano come il suo disperato (se non folle) desiderio di maternità, superi qualsiasi altro cosa, tanto da tradire il marito e consegnarlo in mano ai canadesi, che lo arrestano per crimini contro l’umanità, al solo scopo di stringere probabilmente un qualche tipo di accordo per poter avere accesso alla figlia, motivo per cui lei, al contrario di Fred, non viene arrestata.
Considerata l’origine del personaggio di Serena Joy, la scena risulta decisamente dolce-amara se si pensa quanto anche lei sia complice e fautrice di Gilead. Fino a quando non ci sarà dato di conoscere i termini dell’accordo da lei stretto con i canadesi, sarà difficile compiacersi pienamente della cattura di Fred.

A Boston gli venti non saranno meno intensi e in un certo senso esalteranno ulteriormente quello che è diventato ormai un leitmotif di questa serie: la codardia di molte delle sue figure maschili. Sotto accusa è in questo caso il Comandante Lawrence, prima quando implora in ginocchio la moglie Eleanor di non ucciderlo, poi quando fugge nonostante la promessa fatta a June di aiutarla nel suo piano di far fuggire ben 52 dei figli contesi di Gilead ed infine quando tornerà con la coda tra le gambe per non essere riuscito ad allontanarsi dalla città, a causa del fatto che per passare i posti di blocco avrebbe avuto bisogno di permessi di cui non dispone.
Lawrence è in un certo senso l’incarnazione del peggiore degli uomini: con un ruolo fondamentale nell’ascesa al potere dei Figli di Giacobbe, si è ritirato nel suo dorato mondo, nel quale gli era concesso di trasgredire le regole che lui stesso aveva contribuito a creare, vivendo una vita di privilegi, circondato da arte e musica, con l’illusione di non essere un volgare stupratore come tutti gli altri comandanti. L’arrivo di June ha contribuito a distruggere il castello di carte che lo circondava e proteggeva, mostrandolo per quello che davvero è, un pusillanime non degno di giocare la parte dell’eroe, anche se dovesse finire per contribuire ad aiutare June e le Marte nel loro piano di fuga.

Una volta saputo che Lawrence non è in grado di procurarle i permessi che le servirebbero per portare in salvo i bambini, June decide infatti di rivolgersi all’unico uomo che, per denaro, potrebbe procurare loro un passaggio in un aereo cargo in partenza da Gilead da lì a pochi giorni, un barista di nome Billy che lavora nel famigerato bordello in cui Fred Waterford l’aveva portata due anni prima, motivo per cui la donna torna ad indossare un abito sexy e provocante (del quale non viene spiegata la provenienza) e a truccarsi per pendere contatto con il suo possibile complice.

Dopo aver preso accordi con Billy e sul punto di lasciare il locale, June incontra malauguratamente George Winslow (Christopher Meloni) al quale spiega la sua presenza raccontandogli come al suo comandante piaccia mandarla lì per poi farsi raccontare i suoi incontri sessuali. Prendendo la palla al balzo, l’uomo richiede la sua compagnia in una stanza da letto (nella suggestiva scena spiccano peraltro delle minacciose svastiche nella camera in cui l’uomo la conduce) e si appresta di fatto a farle subire l’ennesimo abuso. Ripetendo esattamente gli stessi consigli che aveva dato qualche giorno prima al Comandante Lawrence prima della cerimonia che sono stati costretti ad eseguire, June cerca di dissociarsi ancora una volta dallo stupro che sta per subire, ma qualcosa in lei scatta ed i due finiscono per lottare, con Winslow che avrà la peggio dopo essere stato accoltellato con una penna e colpito alla testa con un soprammobile.

Della scena non sfugge sicuramente l’ironia della morte del comandante, che riporta alla memoria il famoso detto “ne uccide più la penna che la spada” e che, considerato il lavoro di editrice di Jane, suona particolarmente calzante, né il fatto che, con la dipartita del personaggio interpretato da Meloni, gli autori ci abbiano privato di una trama appena accennata, ma potenzialmente molto interessante, che avrebbe potuto riguardare l’omosessualità del comandante Winslow a cui viene fatto un vago riferimento ed il suo ambiguo rapporto con Fred.

Oltre a ciò, il modo in cui June riesce a sfuggire alle ripercussioni di questo crimine appare forse troppo fortuito: la Marta che la trova infatti nella stanza con il cadavere del comandante e che poi la aiuta a fuggire, viene rivelato essere una delle persone che June aveva salvato dalla deportazione nelle colonie dopo aver accettato la sfida di Lawrence di selezionare un manipolo di donne tra le centinaia destinate a morte certa all’inizio di questa stagione, circostanza che la salverà per l’ennesima volta.

Nel complesso, in un episodio di una serie come The Handmaid’s Tale che testa i suoi spettatori richiedendo loro infinita pazienza, un episodio in cui di fatto non succede nulla di necessariamente positivo ai buoni, ma in cui i cattivi cominciano a pagare il prezzo delle loro malefatte, si può decisamente parlare di progresso.

Note sparse:
La voce dello speaker della radio della resistenza che Serena Joy e Fred sentono durante il loro viaggio in auto apparitene a Oprah Winfrey.

L’incontro tra June e le Marte appartenenti alla Resistenza è uno dei capitoli più nebulosi di questo episodio, soprattutto perché le donne continuano ad accusare June di rischiare di mettere a repentaglio i loro grandi piani, della cui natura tuttavia non si è mai parlato.

La terza stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia è trasmessa il giorno successivo su TimVision.

Consigliati dalla redazione