Tutti noi abbiamo visto troppe volte immagini di prigionieri dei campi di concentramento nazisti essere trasportati come bestiame e spogliati, letteralmente e metaforicamente, di vestiti e dignità al loro arrivo nel luogo che sarebbe diventato per la maggior parte di loro teatro della loro morte, per non collegare la scena con cui si apre il finale di stagione di The Handmaid’s Tale con ciò che una parte abietta della nostra storia ci ha lasciato in eredità. Questi brevi scorci che la serie ci ha concesso del passato, sono sempre stati piuttosto importanti per ricordarci da dove nasce questa storia nella sua brutale semplicità, un paese democratico e libero che viene trasformato in una dittatura che sfrutta ed uccide per ottenere ciò che vuole: evitare il pericolo dell’estinzione a causa del drastico calo delle nascite. “Da dove arriva questo talento per la spietatezza?”

Riportare, in un certo senso, il discorso all’origine del problema è una mossa saggia da parte degli autori, soprattutto in vista del cliffhanger finale, che in molti termini è simile a quello della scorsa stagione, ma con premesse e basi diverse. La June che vediamo nell’episodio è infatti una donna profondamente cambiata, non necessariamente in meglio. Proprio come la sua voce narrante si chiede all’inizio di Mayday, è lei stessa diventata più spietata per sopravvivere nel mondo in cui è stata rinchiusa e abusata per anni, al punto tale da uccidere un’innocente per portare a compimento il suo piano, un piano che è diventato quasi più grande di lei ed è ormai inarrestabile.

Con così tanto da perdere, era inevitabile che la tensione nell’arco della puntata fosse così alta, dal momento in cui in casa Lawrence si cominciano i preparativi per accogliere i piccoli fuggiaschi da condurre poi all’aeroporto e verso la salvezza, qualcosa nell’aria crepita, dando una sensazione di tangibile ed incombente pericolo al centro del quale si trova lei, June Osborne, non più vittima, ma simbolo e ideatrice di un’impresa apparentemente impossibile da portare a termine, ma anche donna fragile e non pienamente in controllo della macchina che lei stessa ha aiutato a mettere in moto. Quando la prima bambina di nome Rebecca, assieme alla sua Marta, arriva infatti con tale anticipo a casa Lawrence da mettere a repentaglio l’intero piano di June, quest’ultima arriva a puntare l’arma prima contro la donna, che presa dal panico vuole riportare indietro la bambina, e poi contro Rebecca stessa, terrorizzandola, ma in un certo senso quel gesto così sorprendente ed inaspettato, anche per June stessa che lo compie, diventa un modo per venire a patti con ciò in cui Gilead l’ha trasformata, più di quanto non lo abbia fatto la sua decisione di non salvare Eleanor nella scorsa puntata. June accetta di essere spietata per portare a termine il suo piano e da quel momento nulla si frapporrà tra lei e la sua riuscita.

Il suo scontro con Joseph Lawrence, quando quest’ultimo torna a casa comunicandole di voler “staccare la spina” a tutto, è un’ulteriore dimostrazione di quanto ella sia decisa a non fermarsi davanti a nulla, tanto da trattare il pavido Comandante con un cipiglio degno di un generale. E questo ci introduce ad uno degli aspetti meno curati di un episodio che, nel suo complesso, è decisamente ben riuscito: l’ambigua caratterizzazione del personaggio interpretato da Bradley Whitford che, come molti degli uomini di questa serie, manca completamente di un autentico spessore e non riesce a essere né completamente buono, né completamente cattivo. Nonostante il suo debole tentativo di opporsi a June con frasi come “questa è ancora casa mia, signorina,” che un uomo adulto potrebbe rivolgere solo ad un’adolescente ribelle, Lawrence non è mai stato un degno antagonista per la protagonista, da cui infatti si congederà, comunicandole che non sarebbe scappato con lei ed i bambini, con la forma di rispetto maggiore che questa serie possa concedere da parte di un uomo nella sua posizione ad un’Ancella, chiamandola un’ultima volta con il suo nome completo: June Osborne.

Quando i bambini contesi di Gilead cominciano a riversarsi in casa Lawrence come un piccolo esercito, risultando essere molti più dei 52 previsti, il destino non può essere più arrestato, le vite di troppe persone ed il loro sacrifico non possono cadere nel nulla e così June e le sue complici devono trovare in fretta un piano alternativo per portare tutti in salvo, finendo per giungere così al climax del suo sacrificio finale.
Come accennavamo, il finale di questa stagione non è molto diverso, nella sostanza, da quello della terza stagione che era peraltro stato pesantemente criticato da molti. E’ difficile prevedere quindi come saranno le reazioni dei fan della serie. Lo scorso anno June decideva di non fuggire per non lasciare indietro la figlia Hannah, quest’anno si sacrifica per attirare su di sé l’attenzione di alcune guardie che potrebbero impedire ai bambini di salire sull’aereo che li condurrà alla salvezza e finirà per rimanere gravemente ferita prima che un gruppo di Ancelle non arrivi in suo soccorso portandola via.
Più volte, in Mayday, viene sottolineato come June sia diventata ormai un esempio da seguire per le altre Ancelle (è la stessa zia Lydia a dirglielo durante l’unico scambio che le due avranno nell’episodio), la metafora della lampada velata di rosso in casa Lawrence, per indicare ai bambini in quale casa rifugiarsi, non è certo così difficile da decifrare, ma il punto è che, come modello, June deve essere disposta a rinunciare a tutto per la realizzazione di un piano che è diventato ciò che la identifica come persona, la sua forma di rivincita e rappresaglia.

A proposito di rivincita, qualcun altro – in Canada – si leva qualche sasso dalla scarpa in questo episodio: un Fred Waterford provato dai lunghi interrogatori ai quali viene sottoposto, decide infatti di vendicarsi del tradimento della moglie facendo decadere il patto che Serena Joy ha stretto con le autorità canadesi per fare in modo che anche lei venga perseguita come una criminale di guerra. Fred racconterà infatti a Mark Tuello che è stata sua moglie a favorire l’unione di Nick e June al fine di concepire Nichole ed essendo questo considerato in tutto e per tutto un crimine che Serena Joy non aveva confessato e che non faceva quindi parte del suo accordo, la donna finisce per perdere tutti suoi privilegi ed essere accusata dello stupro di June al fine di impossessarsi della creatura che sarebbe nata dalla loro unione.
Ci sono diversi aspetti del misterioso accordo fatto da Serena Joy con il Canada che sono però ancora nebulosi e che forse verranno spiegati nella prossima stagione, ma al momento non è mai stato davvero esplicitato cosa le autorità le avessero concesso, come non si capisce il motivo per cui Tuello, che ci ha sempre dato la sensazione di subire il suo fascino, fosse addirittura pronto a consegnarle la chiave della libertà per uscire dal suo luogo di detenzione senza alcuna scorta poco prima di dichiararla in arresto. Il fatto che Serena Joy finisca per essere incastrata, tra i tanti crimini commessi, per quello che ha nuociuto meno a Jane, ha sicuramente qualcosa di ironico ed è anche una perfetta forma di “giustizia divina“.

In una serie caratterizzata da toni così cupi come The Handmaid’s Tale, ci piace l’idea di concludere questa recensione con una nota positiva, nonché la più grande vittoria che June abbia mai riscosso dall’inizio dello show e cioè con la scena incredibilmente commovente dell’arrivo dell’aereo carico di bambini di Gilead in Canada, dell’abbraccio tra la piccola Rebecca con il padre, che ritrova tra i volontari schierati ad accoglierli, quello tra Rita ed Emily e Rita e Luke e quella dello sguardo disperato con cui quest’ultimo cerca tra tanti piccoli volti quello della figlia Hannah, sperando che anche lei sia tra i passeggeri di quell’aereo. E’ virtualmente impossibile scampare a quei momenti senza ritrovarsi a singhiozzare davanti alla televisione: l’impossibile impresa di Jane è riuscita, il fine ha giustificato i mezzi e lei potrebbe pagare con la vita per il suo coraggio, anche se in pochi – immaginiamo – possano davvero credere che gli autori facciano la coraggiosa ed inaspettata scelta di liberarsi della protagonista della serie in vista della prossima stagione. Nonostante ciò l’idea ci incuriosisce: come diventerebbe questa serie se dovesse proseguire senza Elisabeth Moss con l’arduo compito di portare avanti la pesante eredità di June Osborne?

La terza stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia è trasmessa il giorno successivo su TimVision, la serie è stata già rinnovata per uan quarta stagione.

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